Miraggi

Quando lo sport diventa un’ottima occasione per riunire le parti divise di uno Stato.
Quando c’è un Presidente lungimirante, democratico, pacifico e incline all’onestà e al perdono.
Quando a volte i miracoli accadono perchè qualcuno ci ha creduto.
Personalmente ho seri dubbi che i prossimi mondiali di calcio possano emulare quelli di rugby del Sud Africa nel 1995.
Mancano i vertici giusti.
Manca la volontà di capirsi e rispettarsi.
Manca una nazionale motivata.
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Treno che corri

Cosa spinga a cambiare veramente io non lo so: dipende dagli eventi, e dalle soggettività.
Non è trascorso tanto tempo da quando credevo ancora di poter riportare a casa un po’ del mio meglio sparso fra braccia che avevo creduto benevole, e speranze fucilate senza processo.
Pian piano la casa si riempie di una luce grigia e un po’ livida: la conosco bene perchè mi assomiglia.
Io sono colei che vi sta scrivendo, adesso. Con l’anima ottusa e le mani vinte.

Kansas – Dust in the wind

Giving

Non sono stata mai abituata a ricevere doni dagli uomini che ho avuto.
Non doni molto costosi o importanti.
Mi sono sempre sentita più incline agli oggettini simbolici, a quelli personalizzati, comprati pensando che sarebbero stati regalati a me.
A me per quella che ero.
Ricordo solo tre anni di gioielli talmente preziosi da risultare imbarazzanti.
Dietro quei monili importanti (chiesti indietro in un momento di furia rabbiosa, e resi molto volentieri) c’era una triste storia della quale non parlerò.
Finiti quegli anni di  bugie, cattivi pensieri e pessime influenze, credetti di essere tornata a storie più normali, se così si può dire.
Mi è capitato, anche, di accettare con aria di sufficienza regali che mi erano stati donati col cuore, e di ciò non finirò mai di rammaricarmi, anche perchè non ho avuto più modo di dire e ridire a quel ragazzo che avevo apprezzato molto la sua tenera generosità, ma che avevo il cuore inquinato dai veleni della nostra difficilissima storia.
Tornando indietro fino ai tempi del mio breve matrimonio, ricordo una collana con delle pietre rosse: probabilmente coralli.
Me la portò da scuola mio marito, un giorno, dicendo di averla comprata da un ragazzo che girava con uno zaino pieno di oggetti del genere.
Scelse per me (voglio credere che avesse scelto personalmente) una collana rossa che immediatamente attrasse l’attenzione di nostro figlio, che all’epoca aveva circa tre anni.
Non ebbi il tempo di poterla indossare: il discoletto la teneva fra le manine mentre io stendevo i panni in veranda e lui, dopo averla spezzata, la guardò cadere in basso, sulla rampa di accesso ai garage.
Mi affacciai, appoggiando le gambe alla sua schiena, ed insieme vedemmo rotolare quelle palline rosse per ogni dove.
Alzò il viso verso di me, temendo un rimprovero.
Lo presi per mano e rientrammo, spiegando al papà quello che aveva fatto.
Insieme, loro due, raggiunsero la rampa.
Il piccolo aveva causato un danno e doveva riparare, per quanto possibile.
Dopo un bel po’ risalirono: Riccardo aveva le tasche e le manine piene di coralli rossi. E rideva felice.
– Mamma, ci fono quafi tutte.
Ho ripensato a quella vecchia storia mentre mettevo in ordine la mia paccottiglia.
La collana di coralli rossi (veri o di plastica, è uguale) è ancora nel mio portagioie, insieme ai monili etnici che ho accumulato in questi ultimi anni.
Ci sono oggetti che non hanno prezzo, ma un’anima sì.
E il primo che dice Mastercard va dietro la lavagna. :)

Dipinto di Enzo de Giorgi

Ciao maschi(o)

A giocare con le parole ci si può far male: anche se non si voleva affatto giocare.
Nel post precedente ho pubblicato una pagina estrapolata dall’ultimo libro di Valeria Parrella:“ciao maschio”, uno scritto nato per il teatro,  prodotto in seguito dallo Stabile di Napoli e  portato in scena nel novembre del 2009 con la regia di Raffaele Di Florio e l’interpretazione di Cristina Donadio.
Alla fine del libricino c’è anche un’interessante chiacchierata dell’autrice con la brava Lella Costa.
Mi sono chiesta il perchè delle reazioni piccate degli uomini, e qui è facile arrivarci, ma non sono riuscita a spiegarmi qualche critica, un po’ aspra, da parte di donne, mie amiche.
Probabilmente son stata tanto carogna da pubblicare solo quello che sentivo potesse avere un senso per me ed il mio vissuto, anche se, con molta onestà, ciò che è descritto in quelle righe è di una ripetitività  amara, piuttosto comune.
Non avevo intenzione nemmeno di generalizzare, poichè donne e uomini sanno essere ugualmente crudeli: nel gioco delle relazioni interpersonali, della costruzione di un rapporto, delle rivalità mai apertamente dichiarate ma sottese.
La donna di una certa età che rivede, come in un sogno delirante, tutti gli uomini che le hanno attraversato la vita, parla loro e riceve risposte, dopo averli  relegati in due metaforici settori: quello dell’accoglienza, e l’altro, della libertà.
E’ un dialogare silenzioso, stanco, quasi arreso. Fatto di rimpianti e di consapevolezze, di prese d’atto e di piccole ripicche vive solo nel ricordo.
Fino alla fine del libro: quella che non ci si aspetta.

I’m the walrus

” Voi siete quelli che inciampavate in una pietra e solo allora vi fermavate a raccoglierla.
Tutte le vostre pietre mi avete portato, le avete lasciate lì, nel letto: erano i ricordi, le forme dell’infanzia, le frustrazioni e le poche speranze, pallide pallide come quell’eterno crepuscolo invernale che era la vostra vita.
Ma no, non dovete prendervela a male.
Il vostro eterno crepuscolo è stato il mio rifugio.
Sono stata bene, davvero, a guardare il sole immobile che calava, fermo sull’orizzonte per anni, senza forza, nè luce nè calore.
Giusto giusto un poco per guardarsi in faccia – negli occhi no, gli occhi sfuggono agli amori a bassa densità – giusto giusto per non sentire freddo.
Mica è brutto vivere ai poli, sei mesi d’inverno non hanno mai ucciso nessuno.
Lasciatevi rincuorare: le donne che mi sono succedute ve lo hanno dimostrato: che il vostro abbraccio è un piccolo miracolo, che la vostra spalla è il luogo giusto in cui depositare la fiducia.
Hanno saputo sorridere delle vostre piccolezze e così facendo le hanno rese più grandi: hanno dato loro la giusta proporzione.
Quello che sono e che erano: sciocchezze.
Vi hanno dato figli e siete stati felici, siete felici.
Vi immagino qualche volta nel letto a fare i conti e dirvi soddisfatti, e tirare respiri di sollievo per avermi perduta.
E tutto sommato anche contenti – così a distanza, da dove nulla fa più male, così da lontano che la gittata del proiettile si esaurisca prima di giungere all’obiettivo – ma da lì, tutto sommato, anche contenti di essere passati in quel letto.
Una medaglia al valore, sul vostro pigiama, la vedo.”
Valeria Parrella, “Ciao maschio”

Vorrei avere un becco

Sciagura ha voluto che la mia prima immagine di quest’altro festival della canzonetta italiana fosse la faccia di Emanuele Filiberto, accompagnato da un tenore non meglio identificato e da Pupo, nascosto dietro un pianoforte che pareva suonasse da sè.
Povero, il principino: in fin dei conti è innocuo, fa le sue brave figuracce, viene mandato via dalla gara ma rimedia comunque un premio: il tapiro di Striscia.
Ben peggio è Povia, il menestrello dalla chioma fluente e dalla banalizzazione facile: soprattutto di ciò che non si dovrebbe banalizzare mai.
Miracolato da Bonolis durante l’edizione del festival del 2005, ci convinse che se non facciamo “oooh” come i bambini siamo mezze tacche.
Opinione più o meno condivisibile, ma rispettabile.
Personalmente non faccio “oooh” per scelta e per esperienza: l’ultima volta ho avuto un frontale con un tir.
“Durerà da Natale a Santo Stefano”, mi dissi.
E invece il cantore al miele rancido proruppe, credo un anno dopo, con l’inno all’amore eterno.
L’amore eterno…
Eterno…
A me l’aggettivo fa paura, sinceramente. E’ definitivo, limitato, claustrofobico, al di là di quello che potrebbe sembrare. 
L’eternità è un lasso di tempo indefinito ed indefinibile che non posso quantificare e che, perciò, mi causa problemi di ansia. Per quanto ne so eternità potrebbe essere la vita di una mosca imprigionata in un barattolo a chiusura ermetica.
Povia non sa, o finge di non sapere, che i suoi nonni festeggiarono le nozze d’oro, come i miei e come tanti, perchè un tempo la donna era generalmente sottomessa: allevata per soddisfare il sultano e per figliare. 
Nella migliore delle ipotesi per trascorrere una vita a mediare e brigare per tenere insieme i cocci del vaso rotto con chili e chili di colla.
Dopo due anni di tregua l’implacabile Giuseppe è tornato ad ammorbarci con una delicata ma decisa condanna dell’omosessualità: di male in peggio.
Se Luca era gay, santo cielo, non era affatto detto che dovesse essere “guarito” da una lei piombata dall’alto come la mano della Provvidenza.

Saranno stati fatti suoi, no?

Per quanto mi riguarda Luca era perfettamente normale: solo orientato in maniera diversa, ma il buon Povia ha voluto farci arrivare il suo messaggio un po’ bigotto: i gay sono malati. Per tanti motivi, ma lo sono, e possono solo sperare in una salvatrice.
Ci avrà pensato un anno, allo scoop da proporre ai bietoloni seduti e impacchettati come pinguini, e alle signore ingioiellate e pettinate per l’occasione.
Cosa bolle nel pentolone dei temi scottanti per quest’Italia bacchettona ?
Tirare fuori, ancora una volta, la tristissima storia di Eluana Englaro per mera voglia di successo a me è sembrato di cattivo gusto.
Le parole dell’ennesima ballata un po’ sciacalla  sembrano scritte da un neo comunicato fresco di catechismo.
Fossi stata la mamma della ragazza non avrei gradito l’omaggio, ma questa è solo la mia opinione.
L’anno prossimo temo una rievocazione in musica del terremoto di Haiti.
Povia, perchè non te ne vai a dirigere un coro parrocchiale?

Buone azioni

Procura di essere sempre sincero, salvo quando sia necessario mentire, e di non causare inutili preoccupazioni.
Sì, è vero che alcune sere fa, in un negozio, ho avuto la sensazione che gli abiti mi venissero tutti sopra, o che io andassi addosso a loro, ma la cosa è durata meno di un minuto, e c’era tanta di quella gente che, fossi anche stramazzata al suolo, non se ne sarebbe accorta, calpestandomi. Soprattutto non sono malata, ergo tutti buoni.

Procura di tenerti alla larga dalle  tante piccole e  misere vittorie di Pirro che la vita ti offre su enormi vassoi d’argento.
Certo,  posso averti dato la sensazione di essere  stata ostile. Beh, francamente lo sono stata, anche se, col passare degli anni, sto imparando, a fatica, la difficile arte della diplomazia. Tuttavia percorro la mia strada a testa bassa, come i muli caricati “a spezzare”. E il passato è passato.

Procura di mantenere la calma anche quando le condizioni esterne ti porterebbero ad imbracciare un fucile.
Lo so, una volta ero impulsiva cento; oggi lo sono venticinque, ma quando ritengo che la misura sia colma, anzi quando percepisco a pelle, perchè non ragiono, che le bocce stanno per traboccare, tiro un respiro lunghissimo e sento il cuore che mi rimbomba dentro, mentre le fitte allo stomaco si fanno più acute. Nessuno è perfetto.


Procura di dare a tutti un’altra possibilità, o almeno un minimo di ascolto, perchè generalizzare è roba da sciocchi.
Ok, malgrado gli sforzi buonisti penso che gli uomini intesi come maschi siano sostanzialmente paraculi, vigliacchi, bugiardi e superficiali. Quasi tutti, via. Una buona parte. Facciamo fifty e non se ne parli più. Però, per favore, evita di raccontarmi la storiella…sì, quella: non ci crede più nemmeno cappuccetto rosso.

Procura di ricordare sempre tutte le “perle di saggezza” che conosci, e di renderle attuabili.
Nonostante vada ripetendo tra me e me che se le fondamenta sono solide il vento non farà danni ho inciampato.

Inciampato, sì.
E son caduta col sedere per terra. Tutto bene, per fortuna: sotto sono ammortizzata a dovere.
Quindi mi sono rialzata con circospezione (ricordo un’altra perla che recitava: guardati sempre le spalle), ho dato una spolverata sommaria alla gonna…no…pantaloni, ho guardato la tua mano protesa ambiguamente verso di me, l’ho stretta con vigore, alla maniera di un energumeno, e me ne sono tornata sulla retta via.
Dopotutto mi pagano per questo.