Stukas

Le  stampelle sono tornate alla casa del padre, cioè della madre: insomma, a casa mia.
Il genitore me le ha portate dal mare, dove giacevano inutilizzate dopo essere state prestate ad uno zio un paio di anni fa.
Sono ancora belle nuove: hanno anche i catarifrangenti: dovessi portarle per strada di sera non correrei il rischio di essere stirata da un’auto.
Avrete capito che l’anno, per me, è iniziato alla grande: cammino come House e mio figlio mi ha annunciato che vuole cambiare scuola.
Al quarto anno.
Poi ci sarebbe una miriade di preoccupazioni, e problemi tangibili: non c’è pace, tra gli ulivi.
Oggi, smanettando col cellulare nuovo che abbiamo regalato a nostro padre per Natale, mi sono accorta di un messaggio che mi sono affrettata ad inoltrare a me stessa, e poi ad un po’ di amici e blogger dei quali ho il numero di telefono.
Loro avranno pensato che io sia una degenerata o qualcosa di simile, ma sono rimasta basita per il fatto che mio padre avesse in memoria quel messaggio, mai aperto perchè lui usa il telefono solo per chiamare.
Siccome ha il numero che differisce da quello di mio fratello solo per la cifra finale, è probabile che qualche buontempone abbia sbagliato il destinatario.
Non riporto il testo del messaggio per non perdere quel po’ di faccia che mi è rimasta.
Nel pomeriggio son passata da mia sorella che, dopo MK, è detta “la precaria numero due”.
Parlare con Enrichicca mi diverte molto: è una bambina spiritosa e simpatica.
Prima mi ha mostrato i suoi quaderni pieni di dieci (zia, non ho nemmeno un nove), poi mi ha preso il cellulare per inviare al suo le mie “immagini belle”, visto che lei ne ha poche.
Ad un certo punto, mentre mi ero allontanata, sento che dice: “ma ti sei fidanzata?”.
No, perchè?
– Qui hai le foto di uno.
Le foto di uno??? Do uno sguardo e lo rivedo, dimenticato fra Betty Boop, ghirlande di foglie, tramonti ed alcune foto scattate l’anno scorso a Firenze.
Parte il terzo grado.
– Ma chi è, zia?
Era un amico.
– E non lo è più?
No.
– E perchè? Ci hai litigato?
Chicca, le cose cambiano, nella vita.
Mi guarda con gli occhietti laser, e continua, indefessa.
– Ma era di qui? (noto l’adozione immediata dell’imperfetto: la bambina è sveglia.).
No, ma tu dovresti ricordarlo. Gli hai parlato per telefono tante volte, e siccome eri piccola  lo chiamavi “Uca”.
Ride.
– Uca? Si chiamava Luca?
Già. Beh, hai finito di rivoltarmi il telefono? Prendi quello che ti serve e ridammelo, please.
In questo frangente la precaria numero due, che correggeva dei compiti, ha scosso la testa. Poi mi ha sussurrato: “ma ti piace continuare a farti del male? Distruggi quelle foto”.
Mah: è tutto quello che mi rimane, di lui, e non so se sarò capace di cancellarle.
Intanto se ne stanno mischiate al campanile di Giotto e alla Fortezza da Basso, a Betty Boop e alla farfalla luccicante che mi ha mandato Ilaria, la figlia di mio fratello.
La precaria si alza dal suo tavolo di dolore e mi mostra delle foto di Martina, la figlia più grande, quella che ha tredici anni ma ne dimostra tre di più.
E’ alta e bionda: sembra una nordica. Manco a farlo apposta rientra proprio allora.
Stavo ammirando le tue foto.
Sorride.
Potresti fare l’attrice. Una di quelle serie, che prima di approdare al cinema passano per teatri e teatri. Niente a che vedere con le veline, eh?
– Io voglio fare il medico, zia.
Beh, tuo nonno ne sarebbe felice, visto che nessuno di noi  ha seguito le sue orme.
– E Riccardo?
Se mi stai chiedendo cosa vuol fare da grande  ti prego di cambiare discorso, se vuoi sapere dov’è adesso, è a casa, a propiziare gli dei per la partitaccia di stasera.

Si è fatto tardi, devo tornare  per preparare la cena.
Saluto le mie scimmie adorate e la precaria, quindi mi infilo in auto, sollevando la gamba destra con le mani.
Mentre guido verso casa penso a quante cose sono cambiate, nella mia vita, e a come non sono cambiate affatto.
C’è solo quel sottile filo di angoscia che mi stringe la gola mentre  penso che il passar del tempo, sebbene inevitabile, è il nostro più acerrimo nemico. Cioè il mio.
Le bimbe sono diventate grandi, mio figlio a settembre diventa maggiorenne, “Uca” è rimasto nella memory card del mio telefonino, con quella espressione che lo fa assomigliare molto a Stefano Accorsi.

Meglio di Stefano Accorsi.
Io sono più vecchia di qualche anno, più stanca e più claudicante.
Vorrei fare l’ottimistona, ma non ho spunti.
La vita va avanti travolgendo tutto: avesse travolto anche me.
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