Amici miei

Amici miei, più o meno cari, dove vi siete nascosti?
La dimensione virtuale è molto limitante: i migliori sono sempre lontani.
Scrivere con questo mal di testa non è il massimo, ma a parte le due righe due che vorrei lasciare qui, so bene che vi ho trascurati, e che voi, invece, da me ci passate sempre.
Qualcuno avrà notato che ho tolto l’elenco dei link: ce n’erano diversi “morti”, e alcuni oramai in disuso.
Alla fine dei conti ad interagire “siamo solo noi”: praticamente gli stessi.
Quelli che hanno imparato a conoscersi e a volersi bene.
In effetti una lista lunga come il Mississippi non aveva più senso.
So dove trovarvi: dove trovare voi, quelli di sempre, e i nuovi amici che si sono appena affacciati in questo manicomio di blog.
Allora passo e chiudo, citando una battuta di Woody Allen che, se non sbaglio (e se sbaglio correggetemi) è tratta da “Manhattan”: “ho in testa dei topi che suonano il bongo”.
Ad maiora. ;)
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Aller

Dove vanno i pensieri tristi di chi guarda il cielo, e perde lo sguardo nel lucore delle stelle lontane?
Che la vita non fosse una bella favola l’ho capito subito: ero una bambina curiosa e attenta.
Una bambina con le antenne da marziana.
Dove vanno i ricordi struggenti di  un amore lontano, un amore che si è perso fra le brutte pieghe dei giorni che mangiano giorni?
Dov’è finito il sapore di quel bacio, unico, un bacio tremante su un lungolago in una bella mattina di un gennaio di tanti anni fa? E quel maglioncino bordeaux con lo scollo a v? E la camicia celeste chiaro?
Sono una sana e solida donna che ha passato anni duri di lotte e di trincea.
Non sembrerebbe, ma è così.
Perciò, da soldato, risistemo gli anfibi e continuo a camminare guardando dritto davanti a me: senza speranza e senza progetti.
Vado perchè devo. Vado finchè avrò forza per andare. 
Una resa, nell’economia perversa di un mondo che fagocita se stesso, sarebbe solo un trascurabile incidente di percorso.
Dipinto di Enzo de Giorgi.

Anima

Notte amica amara, notte che fai paura. A volte anche tanta.
Ho appena spento il portatile: sono passate le due e, dopo aver vagato inutilmente di qua e di là, mi son detta che potesse bastare.
Mi sto rigirando nel letto da dieci minuti buoni: quando non riesci a dormire nonostante due milligrammi di xanax, e gli oggetti della tua stanza ti sembrano ostili, e il pensiero della tua vita nella sua scansione temporale che va dal passato remoto al futuro passando per questi hollow years ti fa venire fame d’aria, vuol dire che il tarlo malefico che hai dentro sta ricominciando a mangiarti l’anima.
A mangiarmi l’anima: quest’entità immateriale non meglio definita, che si colloca in un punto imprecisato del petto, al confine col cuore, che fa balzi degni di un acrobata.
Si chiama sindrome d’ansia. Banalmente.
E mentre scrivo sulla mia moleskine da casa, accoccolata sul fianco sinistro, guardo i cavi neri della macchina dei cemp sul pavimento chiaro, e rivedo i suoi piedi impacciati.
Attento a non calpestarli.
Se i sogni muoiono all’alba, i miei non sono nemmeno nati.

Rimembranze

Genocidio, parola ibrida di doppia provenienza. Dal greco ghénos, cioè  razza, e dal latino caedo, uccidere. Uccidere una razza, sterminarla.
Oppure dare il via a eccidi scellerati di popolazioni intere. E per quale motivo, poi?
Certe vergogne dell’umanità non hanno un perchè e, soprattutto, non avranno mai giustificazione.

Io voglio ricordare, anche, la distruzione degli Armeni da parte dell’Impero Ottomano, i milioni di contadini ucraini uccisi da Stalin, i cambogiani dai Khmer Rossi, i cinesi sterminati da Mao, i Curdi da Saddam Hussein.
E, ancora, i Nativi americani, gli infoibati da Tito, i giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, e tante popolazioni africane e dell’America Latina.
Qui una stima, abbastanza fedele.
Per non dimenticare.

Saluto al giorno

E mentre il sole sta per affacciarsi ancora una volta su di noi
sulle nostre miserie
sulle bugie
su chi tenta di carpire la buona fede altrui
sull’Inter che vince
sul Milan che perde
sulla malattia che avanzerà ancora di mezzo passo
come un avversario sleale.
Mentre chi ha la coscienza sporca
si comporterà come se l’avesse immacolata
e chi è sempre in buona fede
prenderà l’ennesima batosta.
Mentre, cioè, il mondo continuerà ad andare a rotoli
come sempre
alla faccia di chi cerca il bello a tutti i costi
e magari lo trova non perchè ci sia
ma per pura autopersuasione,
bene, dicevo,
io saluto il giorno:
“Non fossi mai ricominciato”.

Il dipinto è un’opera del pittore salentino Enzo de Giorgi, “La fiducia”.

David Bowie – Life on Mars?

Quando?

Sto
vivendo
su
e giù.
Ossitocina, testosterone, estrogeni.
Adrenalina.
Calo in picchiata della serotonina.
Ma per quella, almeno per quella, il rimedio ce l’ho.
Pensavo di essere approdata alla spiaggia delle balene morte, e invece sto vivendo ancora.
A tinte forti, come piace a me, anche se magari sono un po’ “troppo” forti.
Bene.
Male.
Piacere.
Brutte notizie.
Vorrei essere più presente, con e per voi, ma la vita, in questi giorni, mi sta mangiando la vita.
Ho capito che il canovaccio delle giornate ha tessuto da sè una trama che, penso, rimarrà uguale a se stessa ‘til the end of the play.
Ho capito che adesso c’è una persona che ha molto bisogno di avere intorno l’affetto dei suoi cari.
Ho capito che Dio non c’è, e se c’è, gioca a nascondino prendendoci tutti per il culo.
E amo per come so amare, anche se devo dividere fifty fifty.
E ricevo amore per come so riceverne.
E mi preparo all’idea di un grande distacco.
E…
E, comunque, secondo me James LaBrie è mille volte meglio di Charlie Dominici, che sembra uno dei Soprano.
Ad esser buoni.

We are spirits in the material world

Ho perso dei pensieri importanti mentre ero inchiodata a lavarmi i denti.
Se hai la bocca piena di schiuma alla menta non puoi correre come una matta alla ricerca di un pezzo di carta che testimoni al mondo che tu, sì, tu che ti stai guardando allo specchio con un’espressione ebete, hai avuto un’idea finalmente logica e conseguenziale alle idee che avevi prima, e propedeutica a quelle che, presumibilmente, verranno.
E’ che ho passato anni a credere di essere stata ingannata dagli altri, mentre ero io ad ingannare me stessa, recitando inconsapevolmente la parte dell’indifesa, del cappuccetto rosso di turno che non si aspetta che i lupi cattivi possano esistere anche fuori delle fiabe.
E ciò sarebbe risibile, se non fosse intessuto di tragicità. O, magari, viceversa.
Che persona sono diventata se non mi stupisce più nulla?
Esistere per se stessi (scrivo se stessi senza accento convinta che sia giusto così) dovrebbe bastare: ma chi siamo senza un pubblico al quale parlare di noi, del nostro cuore fatto a pezzi con un machete, delle nostre aspirazioni espirate come fumo al finire della notte?
Ho asciugato la bocca e mi sono guardata negli occhi: la pelle presenta dei piccoli cedimenti ma sostanzialmente tiene.
Guardando delle vecchissime foto mi sono accorta, con enorme stupore, che avevo i solchi nasogenieni già a quindici anni. E anche le rughette di espressione intorno agli occhi, a causa di una mimica facciale che solo ora sta lasciando il posto a lunghe parentesi in cui ho la stessa espressione di una statua di cera.
Ho una bella brutta faccia senza tempo.
Avere una maschera del genere vuol dire essere condannati ad una giovinezza tanto lunga quanto inutile e, nello stesso tempo, essere nati vecchi.
Ricordare di aver detto “se tu avessi la mia età” a sedici anni, non rendendosi conto di aver lasciato la gente sconcertata e perplessa.
Ho una bella pelle.
E dire che ho potuto iniziare ad usare creme cosmetiche intorno ai trent’anni: prima ero vittima di tante e tali dermatiti che ero convinta avrei usato il temetex fino alla fine dei miei giorni.
Poi rimasi incinta, e quel bambino mi guarì per sempre dalle chiazze rosse che mi fiorivano sul viso, quelle brutte chiazze che squamavano, dandomi l’aspetto di un animaletto dalla faccia pezzata.
A volte anche un fugacissimo sguardo allo specchio mette in moto meccanismi che sembravano essere solo in attesa del la.
Se adesso ci fosse il mio amico più caro, scoppierebbe a ridere esclamando:” ma che palle, nic. Tu pensieri normali mai, eh?”