Every cloud has a silver lining…

 … che è un po’ come dire “e se non sarà sereno, si rasserenerà”.
The world in our hands è il titolo di questo dipinto della giovane Lyn Hodnett.
Mi è sembrato di buon auspicio, sebbene a volte ci risulti difficile tenere per le briglie la nostra stessa vita.
Troppe variabili casuali, nonostante tenacia e buona volontà.
Mi vorrei più attenta ai miei bisogni e più benevola verso le mie debolezze.
Mi vorrei più incisiva e determinata.
Per voi desidero quello che desiderate, senza giri di parole retoriche e, magari, un po’ stucchevoli.
Solo quello che desiderate veramente, e non è poco, tantopiù che sulla mia sincerità potreste scommetterci, o toccare il fuoco senza bruciarvi.
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Libera selvatica insolente

In tua compagnia ho respirato un’aria nuova, e l’ho respirata a pieni polmoni.
Un’aria pulita e serena, l’aria della voglia di vita, priva di barriere e impedimenti creati dall’uomo e dalla sua straordinaria capacità di complicarsi la vita.
Avere la determinazione giusta per pretendere un futuro degno di essere sognato e voluto con ogni fibra di se stessi.
In fondo basta poco: forza nelle gambe, e un punto dell’orizzonte a cui mirare.
Magari la vetta nitida del Fuji che guarda Tokyo.
E la consapevolezza che i sentimenti diventano veleno se ostacolano i nostri progetti e le aspettative più vere.
Non è facile rinunciare ad un uomo devoto, ad una comoda vita pianeggiante, senza l’astuzia di un’altura o la prova di un monte da affrontare.
La volontà incespica su se stessa per un attimo: poi torna a fissare quel punto lontano, e regala nuova forza a due gambe che si rimettono in moto, che corrono, che vanno via, verso la salvezza.
Non so se io avrei fatto lo stesso: non ho avuto amori o koibiti, e sempre fuggo dai miei fantasmi, e dai sensi di colpa che si nutrono di pensieri inconsistenti.
Rinunciare alla solidità della certezza per non accettare compromessi, per aver salva la propria indipendenza: il tuo insegnamento è il mio cruccio delirante.
Ti ho amato perchè ho visto in te, riflessa, l’ombra della donna che non sono stata: una donna libera da se stessa.
La mia seconda lettera d’amore, promessa a Willy aderendo al suo gioco letterario, è dedicata
a  “Nè di Eva nè di Adamo”,  di  Amélie Nothomb, la scrittrice belga che ha (ri)svegliato in me un’attrazione incredibile per un Paese che, prima, avevo sempre considerato noioso, popolato di uomini piccoli e donne piccole con la macchina fotografica appesa al collo anche a letto.
Questa volta non incateno, ritenendo che una lettera d’amore, comunque la si voglia impostare, perfino componendola a pezzetti come un puzzle, sia l’esercizio scritto della voglia di coltivare ancora una speranza.

A te, che hai saputo starmi accanto

Mio caro,
a volte ci si imbatte in qualcuno che non ci colpisce subito, ma al quale vogliamo dare un’opportunità perchè sentiamo che la merita.
Non mi hai deluso, non tu. E non so se sia dipeso dalle tue indiscutibili qualità, oppure dal periodo in cui ci siamo incontrati: un momento per me carico di forte emotività tenuta a bada in un angolino.
Hai saputo starmi accanto come non mi accadeva da anni, facendomi sentire rassicurata, protetta.
Al tempo stesso mi hai fatto comprendere con naturalezza, tu che sei sempre stato saggio e lungimirante come pochi, che l’essere umano sta lavorando alacremente per distuggere se stesso con le proprie mani.
Mi hai fatto amare, o compatire, le persone di cui hai saputo dirmi con spontaneità e dovizia di particolari, tu che conosci la vita.
A volte mi è successo di trascurarti, ma non è stato per cattiveria: sai come sono presa, in questo periodo. Ma hai saputo comprendere, avere pazienza, aspettare i miei tempi.
E mi sei stato accanto mentre attendevo che mio padre terminasse la terapia, all’ospedale. E, ancora, sei stato con me quando accompagnavo mia madre a fare le sue, di terapie.
Pacato, delicato ma sempre elegante nell’esposizione. Discreto.
Tenendomi per mano mi hai parlato della china imboccata, e dei rischi che stiamo correndo senza rendercene conto.
Considerata la tua età hai saputo vedere lontano. Magari a volte ti ho trovato eccessivamente fantasioso, ma il tuo entusiasmo per la vità è droga, o soma, se preferisci.
Adesso che sei via mi manchi. So che tornerai presto: che mi basterebbe chiamarti per averti ancora accanto a me. E per darti quella ripassata che meriti, e meriterai sempre.

Magari non è contemplato dalle regole, ma adesso vi tocca fare un salto qui.

Cosa volete che vi dica?

Ognuno di noi sa cosa gli abita in testa.
Eppure a volte pretendiamo di sapere quello che pensano gli altri: magari persone che non vediamo e non sentiamo da tanto, che potrebbero avere la loro legittima versione dei loro legittimi pensieri.
Era solo una riflessione: a volte riesco a fermare il flusso vorticoso  dei miei neuroni in corsa.
La mente ha potenzialità salvifiche: lenisce  e cura. Aiuta e consola.
Prima di ritornare in sè, ad osservare una realtà fragile come un calice di cristallo incrinato.
Ed è proprio un calice quello che voglio alzare per voi.
Alla vostra salute, perchè la salute la diamo per scontata e non è così.
Alla serenità, che vale più di mille fuochi d’artificio e mille capitomboli al cuore.
Alla pace, chè nessuno guardi agli altri con maldisposizione o con astio.
Al perdono, perchè nella vita il male ricevuto  è anche male fatto.
All’amore.
Ad esso attribuite il senso, il valore, l’interpretazione che più sentite affine all’anima.
Per me  l’anno che viene sarà sperare che il Natale prossimo sia almeno come questo.
Tanti auguri a tutti. E un abbraccio.

L’uomo nero

Sedersi in poltrona a luci già basse, aderire allo schienale avvolgente ed immergersi in una vita parallela: magari quella del ragazzino che giocava per strada negli stessi giorni d’estate in cui tu andavi al mare con la famiglia.
L’uomo nero  tante volte evocato durante l’infanzia ha lo sguardo bonario di chi ti sorride e ti lancia caramelle: a volte la trasposizione di un padre avvertito come cattivo e  indifferente, un padre preda dei suoi dèmoni interiori, che ti ama ma non sa dimostrartelo.
Curiosamente anche in questo nuovo film di Sergio Rubini c’è un artista di belle speranze, e un critico pronto a distruggerne le velleità: per gelosia in “Colpo d’occhio“,  qui per tronfia e perfida supponenza.
Figlio di un capostazione, il regista-attore di Grumo Appula torna a farci sognare, e culla i nostri sogni con le nenie tristi del sud, e lo sferragliare delle ruote sui binari.
Devo ammettere di essermi profondamente commossa: per il cappotto nero troppo ampio, per i centrini di merletto sotto i soprammobili, per le paste alla crema gigantesche, quelle che sporcavano la bocca di zucchero a velo.
Da bambina ho conosciuto case così: con le tendine leggere che paravano il sole di mezzogiorno, il frigo bianco, smaltato, e l’altarino dei morti, con le foto, i fiori e i lumini. Dove i morti non erano pianto e disperazione  ma presenze con le quali qualcuno interloquiva, come se non se ne fossero mai andati via.
E quel vestito da sposa, poi, così simile a quello della mamma di una mia amichetta, che faceva bella mostra di sè in una foto sul comò, mi è sembrato così familiare.
Sarà che quell’aria io l’ho proprio respirata, e ho respirato quelle canzoni e quegli anni che a guardarli adesso, con la testa all’indietro, sembrano così stinti e lontani nella memoria, ma vivi e pulsanti al ritmo del cuore.
Per i pugliesi della mia età “L’uomo nero” è un viaggio nel proprio passato, carico di emozione per quello che si credeva perso per sempre, e invece è ancora lì, vivo come fosse ieri.
Per tutti  una grande lezione di cinema.

Off

E di nuovo cambio casa, come cambiano le cose.
Entrai per sbaglio in questa dimensione parallela nel lontano 2001. Ero separata da poco e imparai ad usare il pc per autentica disperazione.
Allora mi facevo chiamare kali, al tempo delle chat irc, o come diavolo si chiamavano.
Mi costruii anche la mia stanza, chiamata #abiteròmestessa per tenere fede ad un proposito nato durante una seduta di psicoterapia.
Purtroppo io non mi abito, e non abito.
Sono in questa casa che a volte mi pare senz’anima, di fronte a questo monitor che per me non ha più il significato salvifico di una volta.
Di quando, una sera sul tardi, comparve sulla mia pagina un folletto veloce e pieno di energia.
Si chiamava Serendip, e sulle prime mi parve parecchio strano.
Non gli diedi un gran peso, presa, com’ero, dai miei problemi veri.
Pian piano lui riuscì a fare breccia nel mio cuore, finchè lo ebbe fra le mani.
Kali e Serendip. Come Mirna Loy e William Powell, come Minnie e Topolino.
Un videogame. Siamo stati gli interpreti di un videogame che io, ad un certo punto, ho pensato potesse diventare realtà, come in certe favole incredibili.
Chi mi segue da anni sa che questa follia del trasloco compulsivo oramai fa parte di me.
Ma arriva il momento in cui bisogna spegnere la console, anche perchè kali è rimasta sola, ad interpretare un ruolo che oramai le sta stretto, e Serendip l’ha indotta a voltargli le spalle perchè così fanno gli eroi, no?
Io non sono vera, e voi non lo siete.
Conosciamo, reciprocamente, degli aspetti che ci fanno intravedere quella che potrebbe essere la realtà, ma la realtà appartiene al mondo di chi si tuffa nella vita ogni giorno: abbracciando, baciando, stringendo mani, magari frantumando setti nasali con un souvenir di quarzo.
Tutto ciò che rimane al di là del monitor è recita, anche se l’attore è animato da intenzioni sincere.
Per cui, alla fine del gioco, è bene che anche kali si eclissi. kali con i suoi cento nomi e le fughe necessarie.
Lui non mi legge più.
La cosa non mi spezza  il cuore, ma mi fa capire che si è chiusa un’era, quella dei sogni a quarant’anni: i più pericolosi.
Lascio il blog di servizio per quelle due cose che magari, un giorno, mi verrà in mente di comunicare.
Il resto si ferma qui, almeno finchè non sarò in grado di tornare ad essere nicoletta.

Interferenze

Passare da un caldo primaverile al vento freddo ed impetuoso  di questi giorni è stato un attimo: me ne sono accorta solo perchè ho dovuto arrotolare meglio la sciarpa, e trattenere i capelli con gli occhiali sulla testa.
I capelli lisci svolazzano che è una meraviglia: sembrano quelle tendine estive, leggere leggere, che servono solo ad interdire il passaggio agli insetti.
Come si scompigliano i riccioli?
L’unno non va dal barbiere da luglio: non lo avevo mai visto con la chioma lunga.
Ecco: mio figlio ha bei capelli: nè lisci nè crespi, ma appena mossi sulle punte. Quando calza il suo cappellino di lana gli spuntano dietro dei riccioli biondi che cadono morbidi sul collo. Ed io lo guardo e penso che è bello: ha preso il meglio di me e di suo padre senza somigliare particolarmente a nessuno.
E’ se stesso in tutto, e va benissimo così.
Chè non debba ripetere o ricalcare esistenze che gli appartengono solo perchè lo hanno immesso in questa strada a tratti tortuosa, più spesso a scorrimento veloce che è la vita.
Sto pensando poco, in questi giorni. Sto pensando poco e facendo tante cose, molte delle quali solo perchè necessarie. E ho bisogno di fare, fare, fare: inventare anche quello che non esiste, pur di non fermarmi.
Le uniche soste gradite sono il momento in cui, la sera, crollo dal sonno, io che ero arrivata a non dormire più, e quello in cui mi immergo in una storia che mi raccontano, e che mi appartiene solo ed esclusivamente nella misura in cui me ne faccio coinvolgere.
Qualcuno di voi dirà che sto meglio. Onestamente non so come sto: so solo che continuo a mutare, che le mie emozioni sono ibernate, sia le belle che le brutte, e che ho un bisogno a volte esagerato di fare qualunque cosa pur di non rimanere troppo sola con me stessa e con i miei pensieri.
Andrà anche bene, domani, partecipare ad una cena di famiglia che, normalmente, avrei evitato come la peste, inventando le scuse più improbabili e fantasiose.
Andrà bene arrivare a casa dello zio fresco ottantenne con mia madre e mio padre, salutare il parentado tutto, sorridere e dire che sì, sto d’incanto, che mio figlio è diventato un ragazzone e che mi riempie di soddisfazioni. Che la gamba regge e che cammino così solo perchè mi piace giocare al dr House.
E continuare a sorridere come una demente per tutta la serata, scherzando con le mie cugine e con i loro compagni. E ricordare dentro di me la loro mamma,  morta due settimane dopo l’attentato al WTC: la zia che stravedeva per me, e che non perdeva occasione per dirlo e dimostrarlo.
E’ carino che le due sorelle, che vivono a Napoli ormai da anni, abbiano organizzato una festa per il loro papà, lentamente consumato da una malattia autoimmune.
Lasciando da parte per un attimo il cinismo, i sentimenti son tutto quello che abbiamo: i sentimenti per coloro che fanno parte di noi, e di cui noi facciamo parte. Si chiama consanguineità, non è sempre una regola ma molto spesso è tutto ciò che ci rimane.
Per favore, non auguratemi buon divertimento, perchè non mi divertirò.
Io non mi diverto da così tanti anni che ho perso il conto. Sono stata felice, a volte, ma poi ho perso anche quegli attimi magici che non torneranno più.
Diciamo che mi basta un augurio di buona serata. Generico e formale.