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Ho fatto un giro attraverso i miei vecchi blog e un mare di ricordi. Io stessa, se non avessi saputo di esserlo, avrei fatto fatica a riconoscermi.
I come inquietudine. M come malattia.
La malattia dell’inquietudine nasce con te e ti accompagna per mano fino alla fine.
E non c’è terapia, nicchia, cuccia ospedaliera che riesca ad estrudere dal tuo spazio diaframmatico quella voglia di mutare alla velocità della luce senza essere in grado di farlo davvero.
Ultimamente me ne sono stata in quiescenza, ma col rimescolio interno tenuto a bada.
Mi è capitato di avere incomprensioni con alcuni di voi, ma forse non ve ne siete nemmeno accorti.
La mia vita vera la conoscete, almeno per sommi capi: non faccio fatica a dire di quello che mi accade. E  di quello che sento.
Ho trascorso un sabato semicomatoso, pensando alle cento cose che avrei dovuto fare, invece di starmene a letto col piumone tirato su fino alla cima dei capelli.
A. mi ha chiamata per dirmi che sarebbe venuto al cinema con me volentieri, se non avesse avuto un politico da intervistare per un giornale sul quale scrive. Mi è sembrato sinceramente dispiaciuto, ma la vita mi ha insegnato a distinguere ciò che sembra da ciò che è a suon di manate nei denti.
Poi, a dirla tutta, avrebbe dovuto avere la tenacia di trascinarmi fuori di casa.
Abbiamo fissato una pizza per lunedì, se nel frattempo non casca il mondo, e ci siamo salutati.
Strappagli i baffi da parte mia – gli ho detto ridendo, alludendo al politico “navigato” dell’intervista.
E mi sono rituffata sotto le coltri per il resto della giornata.
Poco fa mi sono alzata un attimo per versarmi due dita di vino, e ho guardato la porta d’ingresso. Quando Riccardo era piccolo e andava via mi raccomandava di chiudermi a chiave.
Adesso non c’è: oggi suo padre compie cinquant’anni ed è giusto che stiano insieme.
Fra qualche ora, tanto di dormire non se ne parla, chiamerò il mio ex per formulargli i miei auguri più sinceri.
Abbiamo avuto anni drammatici, ma il peggio è passato. A volte mi manda ancora in bestia, ma l’affetto è fuori discussione. Chiunque abbia fatto parte della mia vita, e mi abbia donato amore anche solo per un momento, rimarrà sempre nel mio cuore.
Ciò nonostante mi sento antipatica e asociale, e non faccio nulla per metterci una pezza: sono anche questa qui, e non ho voglia di nascondermi per fare bella figura con tizio o con caio.
Penso ancora un attimo alle tante me virtuali, comprese Carmen Sandiego e Theresa Dunn. Le ho raggruppate tutte qui, in questa zona grigia e un po’ asettica che incomincia a starmi stretta, a meno che non decida di prendere i barattoli dei colori e di riverniciare tutto di giallo, verde, rosso, blu.
Ma servirebbe?
Penso agli amici persi per strada, a quei feeling straordinari che nascono come per magia e che pian piano si estinguono come fiammelle di candele consumate.
Quand’anche andassi a cercarli non li troverei più, oppure non mi riconoscerebbero:  ci sono momenti straordinari perchè unici ed irripetibili.
Non faccio nomi: mi son rimasti tutti nel cuore.
Hanno accompagnato un pezzo della mia vita, seppur virtuale, e mi hanno tenuto la mano quando ero infelice e sconfitta.
Come dimenticarli?
Alcuni li ho ritrovati in quel tritacarne che è facebook, ma non è più lo stesso: siamo cambiati tutti.
Tra i tanti nomi è apparso anche il suo, e quando scrivo suo mi aspetto che almeno il cinquanta per cento di voi sappia di chi sto parlando. Solo poco più di un anno fa eravamo ancora in contatto: aveva aperto un blog e si riusciva a comunicare senza eccessive difficoltà. Ma poi che cosa è successo?
Ho ritrovato anche lui nel tritacarne, e mi ha fatto una bruttissima impressione. E’ stato allora che ho capito di aver amato per anni la proiezione di un uomo, e non uno in carne ed ossa, nonostante avesse bella carne e belle ossa.
Chiudere ogni contatto mi è sembrata la scelta migliore. Lui mi aveva rimossa da tanto: che senso avrebbe avuto stare ad elemosinare residui di affetto come caramelle?
Mi porto dentro un dispiacere enorme: un dispiacere col quale ho imparato a convivere, ma che ha fatto di me un’altra donna, una donna che riconosco poco e che non mi piace.
E non è che una persona possa passare tutta la vita nella (a volte) sterile pratica dell’autoanalisi.
Cosa diavolo mi è rimasto, oramai, da passare al setaccio dello studio più minuzioso?
Tuttavia giuro solennemente che se qualcuno s’azzarda a lasciarmi commentini pelosetti, del tipo “fai volontariato, cercati un hobby, pensa alla salute” et similia, non gli lancio una molotov, ma non gli rispondo.
Perchè io la mia vita vera ce l’ho, e faccio molto più di quello che alcuni si sentano autorizzati a credere.
Io vivo, vivo come so ma lo faccio, e mi sembra non ci sia molto altro da aggiungere.
[Parole sparse su questo foglio non cartaceo da enne, alle ore 3,02 di un ventinove novembre come tanti].
Esattamente diciotto anni fa avevo preparato una festa a sorpresa per colui che non l’apprezzò affatto, dicendo che a trentadue anni non era più un bambino, e che le candeline aveva smesso di spegnerle da un pezzo.
Esattamente diciotto anni fa avrei avuto la mia ultima mestruazione del 1991.
E, ricordandolo, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.
Antipaticissimamente vostra.

Pause

La macchina ha versato nel bicchiere di plastica tre colori distinti. Tre colori che tendono ad avvicinarsi l’uno all’altro, ma che finiscono per starsene immobili, in attesa di un gesto o di un ordine superiore.
Mescolo brevemente i tre colori con la stecchetta di plastica, seduta sulla poltroncina di fronte alle stanze riservate al personale medico.
Sono in pace, accoccolata in una cuccia confortevole, distante dalle persone che aspettano il loro turno per un’ecografia o una visita specialistica.
Aspetto che mia madre finisca la sua seduta di fisioterapia, e intanto mi vizio con gli oggetti che amo di più: la mia moleskine, il libro in corso di lettura, la bevanda tricolore calda.
Avvolta nella mia sciarpona viola e nei vapori di profumo invernale che emano, mi rendo conto di sentirmi stranamente al mio posto in ospedali e strutture sanitarie in generale.
Sono stata anche con mio padre durante il brutto periodo della diagnosi e del buio, eppure, a parte il profondo dispiacere, ero serena e a mio agio.
Penserete che io non sia normale e pensandolo, probabilmente, avreste ragione, ma ho conosciuto una ragazza che preparava gli esami al cimitero. Cioè a dire che alle stravaganti propensioni della gente non c’è limite.
Fossi rimasta a casa probabilmente avrei stirato. Stirerò di sicuro più tardi: e chi si perdeva queste due ore di pausa, di “buonasera” sussurrati, di passi senza rumore e di profumo di caffè mischiato al mio, che dalla sciarpa risale verso le narici?
Non ho sensi di colpa: mio figlio è in palestra e ci ritroveremo a casa, stasera, per cena.
Ed io sono io, in questi rari momenti in cui assorbo e spando la mia essenza, libera da pensieri molesti, da forzature e da recite non volute.
Quello che dovremmo desiderare, tutti, è di essere quello che vogliamo, seguendo il percorso dei nostri pensieri più autentici, e del quieto attendere lo svolgersi ritmico dei giorni.
Se non ci fosse il passaggio continuo del tecnico radiologo, quello con le spalle spioventi e lo sguardo da duro, potrei affermare di aver saputo ritagliare, nel canovaccio convulso delle mie giornate, centoventi minuti di perfetta serenità.
O di caos calmo?

Fi, 27-02-09

A sguardi incrociati
estranei destini
pezzi di vita
che attraversano strade già segnate
contrappongo
una quieta osservazione
quieta ma attenta
e cenere sparsa
come polvere beffarda
sul mio cappottino
di carbone e gelato.

Seduta su una balaustra all’interno della Fortezza da Basso, anonima fra anonimi, scrivevo così, in una tiepida mattina di fine febbraio di quest’anno.
Marco mi aveva promesso che avrei trovato il sole e in effetti il treno si lasciò dietro, in Lazio, le ultime nuvole già sfrangiate e rarefatte.
Avevo la mia moleskine in mano, mentre l’amica era all’interno per un convegno. Me ne stetti lì abbastanza a lungo, apparentemente calma, con lo sguardo che vagava tutto intorno.
Poche persone, qualche marito accompagnatore e un paio di bambini, dopo lo sciamare scomposto verso i locali gremiti di voci e zainetti colorati.
Libertà, assenza di vincoli e un dolore sordo in mezzo al petto: quel cielo così azzurro, e quell’aria mite a febbraio erano un premio e una beffa.
Saltai giù dal parapetto e mi incamminai verso l’uscita, respirando quell’aria gentile che non sarebbe mai stata mia, se non, ancora, in teneri sogni rimoventi.
Fine miserevole ed ingloriosa di una poesia divina.

L’amica privata

Due righe due su quello che io voglio sottolineare di un film, un bel film, che avranno recensito tutti, dalla casalinga di Voghera (perdonate il luogo comune) a Tullio Kezich, senonchè Kezich è morto tre mesi fa ed io ve lo dico prima di rimediare una figura di merda.

Al di là della regia, della trama, delle scene e bla bla, ci sono due uomini contrapposti: quello che rappresenta il male, bello e osannato, che muore da eroe, e l’altro, che per catturarlo  le tenta tutte e ci riesce solo quando anche lo spettatore del tipo epsilon si è rotto le balle e  paventa, o pregusta, l’ennesimo fallimento.

Se alla fine di ogni proiezione non ci fosse il malcostume di alzarsi di colpo come se le poltrone stessero andando a fuoco, ci si accorgerebbe delle scritte che passano sullo schermo, quelle che ti informano che lei morì di infarto dopo un’ora di tapis roulant, che lui si tirò un colpo in testa e che loro andarono a consumare un picnic su un prato.
Ho quasi ringhiato contro la coppia di deficienti che si è messa a fare uno show davanti ai miei occhi, mentre cercavo di leggere le scritte finali. E, deo gratias, sono riuscita a leggerle.

Non mi ero sbagliata: la caratterizzazione dei protagonisti era quella che avevo intuito. Non penso fosse il fulcro del film, ma di sicuro è ciò che ha colpito ed interessato me.
Peccato che i ruoli più rilevanti li attribuiscano sempre ai soliti noti.

Ottimi professionisti, per carità, ma “il mondo è più grande della nostre teste roteanti”.

Trova le differenze

Ho lasciato i vostri commenti al post precedente a commentarsi da sè: alcuni li ho sentiti più miei, altri meno, ma se avessi scritto ad ognuno mi sarei ripetuta come le prime bambole parlanti: quelle che giaculavano sempre le stesse frasi.
Ovviamente non ho intenzione di passare a miglior vita per mia scelta: non ora,  forse mai. Ci sono momenti, nell’esistenza di tutti, che comportano un dispendio di energie fisiche e mentali non indifferenti. Magari non è solo l’episodio, quanto un’infelice concomitanza di fattori. Questo mio trend prosegue ormai da una decina d’anni, e la strada che riesco a scorgere davanti mi pare tutta in salita. Ancora.
In fondo, rispetto a qualche anno fa, che cosa è veramente cambiato?
Se si potessero riassumere e concentrare gli eventi della mia vita in due vignette, solo i più abili riuscirebbero a scorgerne la vera differenza.
Abituata, come sono, a spendermi troppo e male per chi non me l’ha mai nemmeno chiesto, mi ritrovo ad avere una persona in meno e una malattia in più.
All’assenza dell’uomo mi sono abituata. A volte manca molto, a volte meno, ma in definitiva ho capito di essere stata, per lui, solo l’ostacolo che gli impediva, suo malgrado, di mettere radici dove e con chi era giusto che le mettesse. Mi son sentita un po’ presa per il culo, lo ammetto, ma mia nonna diceva sempre:” il più comprenda il meno”.
Mio padre per adesso sta bene: non sappiamo nel tempo, ma alla sua età i pronostici segnano in ogni caso  punti a favore.
Il figlio cresce. Non è “perfetto” come avrebbe voluto suo padre, manco fosse un esponente della
Hitler jugend, nè pacato e assennato come sarebbe piaciuto a me. Ha delle mattane improvvise che parrebbero anche simpatiche, se non avessero il potere di farmi saltare i nervi perchè fortemente inopportune.
Ma, in fondo e anche in superficie,  grosso modo la vita di tutti è così.
E allora perchè questo mio girare intorno all’idea della morte?
Saranno state le ultime vicende, sarà lo scoramento generale che mi è piombato addosso, ma mi ritrovo spesso a pensare a tinte fosche.
Torno allo scopo originario del blog: quello di appuntare ciò che passa per la mente.
Senza più velleità pseudoletterarie e cose simili.
Dyo e tibì erano donne dalle relazioni facili. Quest’ibrido che sono adesso ha poca voglia di interagire perchè le costa uno sforzo notevole, perchè pensa di aver già detto tutto quello che c’era da dire, perchè si cura meno degli altri, nel senso che lo fa quando lo sente e non per obbligo.
Se tutto ciò fa di me un’antipatica va bene comunque: non mi strapperò i capelli anche per questo.
E, sia chiaro, provo stima, simpatia o affetto, in alcuni casi, per tutti voi.
Però sono cambiata.
Forse l’unica, macroscopica differenza fra le due vignette sono  io.

Burnout

A volte i giovani sono spietati.
Non conoscono toni sfumati o mezze misure: a quell’età la vita è tutto ed il suo opposto.
Due mesi fa il padre di un’amica di mio figlio si è suicidato: soffriva da anni di depressione, probabilmente per non aver mai accettato che sua moglie si fosse ammalata di sclerosi multipla. E, paradossalmente, era lei a cercare di infondergli coraggio.
Domenica pomeriggio, di ritorno dal funerale del padre di Alessandro, il vicino morto di SLA, Riccardo è sbottato.
Vedi, mamma, capisco Ale. L’ho visto compresso, come se volesse giocare a fare il duro. Poi quando è rimasto solo con noi è scoppiato a piangere. E mi è venuto in mente il padre di Isabella, che si è ammazzato.
Io lo disprezzo. Ha lasciato una moglie malata e due figli. Lo disprezzo perchè è stato un vigliacco senza palle.
Non puoi fare questo alle persone che ami
Figlio mio, ma come si fa? Non è mai semplice giudicare le scelte e le azioni degli altri: nessuno di noi, nemmeno sua moglie, può sapere che cosa avesse in mente quell’uomo quando, di buon mattino, si è lavato e vestito di tutto punto (dopo tre mesi di vegetazione in un letto), ha detto che sarebbe passato dall’ufficio postale per pagare delle bollette, lo ha fatto e poi è andato ad impiccarsi come Giuda.
Io certe cose le capisco, invece.
Trovo sia necessaria una dose estrema di coraggio per decidere di fare un salto nel buio.
Non sempre la vita è una bella opportunità.
Non sempre la fortuna è cieca: a volte ci vede bene e volge il suo sguardo in maniera perversa.
Non sempre abbiamo nelle mani la nostra sorte.
Io capisco e riesco a condividere.
Punti di vista.
Scelte di libertà, anche se la nostra non dovrebbe ledere quella degli altri: a continuare ad amare, a provare ad essere felici.
Si dice “non può piovere per sempre”.
E invece piove, e piove, e piove.
A volte.
Non assicuro presenza costante: non ora. Forse ho bisogno di focalizzare quel che merita la mia attenzione.
Finchè morte non mi separi.

Euclide e i cuori impropri

Minoli mi guarda ed io guardo lui: spero che i suoi occhi cerulei mi ispirino sogni sereni, visto che lo xanax sta diventando acqua fresca, e di aumentare il dosaggio non mi va.
Stamattina sognavo, sudaticcia, nel mio letto troppo grande, occupato per metà dal portatile, dal cellulare disperatamente muto e dal libro che sto leggendo a tozzi e bocconi.
Mio figlio esce di casa prima delle sette ed io, se posso e se ci riesco, cerco di recuperare qualche minuto di sonno in più.
Sono arruffata come un gatto mentre scendo dal letto scalza: ho sentito suonare al portone.
Lui sale e mi abbraccia: mi piace che due braccia di uomo mi stringano. Due braccia di un uomo che mi vuole bene.
Ha portato dei krapfen per la colazione: mangiamo insieme, uno di fronte all’altra. Mentre smanetto con la caffettiera mi accorgo che all’anulare sinistro ha un orpello mai notato prima.
Ti sei sposatooooo???
– Sì.
Occazzo. E quando?
– Quasi un anno fa.
Balle. La fede non l’avevo notata prima.
– Perchè non te ne sei accorta.
Non insisto. Sinceramente non ne sono convinta, ma che importanza ha? Lui è un uomo al quale voglio bene,  lui è un uomo che ne vuole a me.
Anni fa, mentre attraversavo una crisi epocale con il protagonista dell’ottanta per cento dei miei post, ebbi un breve flirt con lui. Poi venne fuori la storia della sua convivenza ed io mi dissi, e gli dissi, che tre anni di psicoterapia mi avevano almeno insegnato cosa fosse la coazione a ripetere.
Quindi le cose cambiarono repentinamente. Pian piano riuscimmo a recuperare una buona amicizia, ma questo è possibile, di solito, quando non si è raggiunto un grado di coinvolgimento molto profondo.
Con A. posso scherzare, abbracciarlo, sfotterlo e farmi sfottere.
L’altro…è andato, e la sola idea di parlargli, adesso che è diventato una persona diametralmente opposta a quella di cui mi ero innamorata follemente, mi fa paura. D’altronde panta rei, no?
Ce ne ha messo, lui, per convincermi a eclissarmi.
E’ stato anche indifferente e privo di tatto, lui che era una perla in terra. Ed io mi sono eclissata, ingoiando lacrime di un amaro che lui non saprà mai.
Mentre l’amico ed io ce ne stiamo a chiacchierare sul divano sento puzza di bruciato. Guardo verso la mia stanza e vedo una voluta di fumo sul letto. Il portatile si è surriscaldato e ha bruciato il piumone, lasciando al centro del talamo un buco irregolare e annerito.
Mi avvicino al comodino per staccare la spina quando, all’improvviso, una fiammata mi avviluppa e incomincia a sciogliemi piano, come fossi di cera.
L’amico mi guarda, ma oramai sembra una statua. Cerco di raggiungere il bagno per spegnermi, e lui è svanito.
Poi dev’essere svanito anche il sogno, se mi ritrovo seduta nel letto con il cuore a mille e la fronte imperlata di sudore.
Mi alzo per andare a bere un bicchiere d’acqua e noto sul tavolo il vassoietto dei krapfen. E sento ancora il suo profumo nell’aria.
Spesso la realtà è solo un sogno che crediamo vero, e che viviamo intensamente, con tutta la nostra passione.
Talvolta è il sogno che è realtà. Di rado, e qualcuno mi dimostri che è vero o che non lo è, entrambe le dimensioni viaggiano su binari paralleli che, però, si incontrano, sfidando le leggi della geometria e quelle del cuore.