Sweet november

Qualche sera fa ero in auto, davanti al cancello di casa, ad aspettare che mio figlio scendesse.
– Ma’, se hai fretta vai, perchè ci metto almeno dieci minuti.
Nessun problema, nessuna fretta.
Quasi insieme a lui entra in cortile un uomo che infila la porta del commercialista che ha lo studio sotto. Lo conosco di vista: ha un negozio di abbigliamento per bambini.
Di statura media, è quasi calvo e tracagnotto. Indossa un giubbino che lo rende ancora più goffo, e cammina con le gambe arcuate. Alla John Wayne, per intenderci.
Non è palesemente il tipo estetico che preferisco, e giuro che nella mia descrizione non c’è nemmeno l’ombra di qualcosa che possa anche solo minimamente assomigliare al disprezzo.
Ma il punto non è questo.
Come farà l’amore?– mi sono chiesta guardandolo caracollare verso lo studio.
Ho proiettato per me stessa un brevissimo film mentale: l’uomo è focoso e potente, ma poco attento ad attenzioni e preliminari.
Così, per ingannare l’attesa nel silenzio e nel buio della mia sempiterna twingo color puffo strozzato, ho preso ad osservare la fauna maschile di passaggio.
R., che è un bell’esemplare, già protagonista di un vecchissimo sogno che riportai fedelmente in un vecchissimo post, probabilmente è annoiato dalla vita coniugale, ma ha due figli e, per quel che ne so, è uno che mai tradirebbe sua moglie.
Assolve ai suoi doveri con diligenza, ma senza vera passione.
Il galletto nel pollaio, cioè l’unico impiegato maschio del commercialista, alto, ben costruito e moro, sui trenta, è appetibile, senza dubbio, ma…ipotizzo sia bravo sì, ma solo a mostrare quanto è bravo.
Il marito di mia cugina era un bel tipo: il lavoro sedentario e il caratterino di sua moglie lo hanno imbolsito e gli hanno dipinto sul viso un’espressione corrucciata che non sparisce nemmeno se ride.
Quando lo fa, se lo fa, sfoga l’appetito del momento e domani è un altro giorno, come tutti quelli che lo tediano da un lungo rosario di anni.
Mio cugino, invece (il mio è un condominio ad alto tasso parentale, ma ci si incontra solo per strada), probabilmente si addormenta durante. Ma in fondo è sempre stato un’acqua cheta: così cheta che sta con la stessa donna dai tempi del liceo.
E adesso hanno trentasei anni e nessun figlio perchè lei vuole prima uscire da una situazione di precarietà scolastica che a me dà da pensare, considerato che mia sorella, che ha qualche anno più di loro, precaria ci invecchierà.
Mentre mi attorciglio fra i tentacoli dei miei pensieri sconnessi un’auto si accosta dall’altra parte della strada privata, parallela alla mia.
Mi chino fingendo di cercare qualcosa nel vano portaoggetti, perchè lui è un mio antico spasimante, ed io non ho voglia di saluti nè di convenevoli ipocriti.
Che ci fa dalle mie parti?
Va dal commercialista, dall’architetto o in ludoteca a giocare con i cubi di plastica? Ha più o meno la mia età, e una figlia che ha due anni più dell’unno.
Lo vedo allontanarsi in fondo alla strada, e subito perdo la cognizione del tempo per rituffarmi un attimo a pensare a quanto mi piacesse.
Peccato che, come sempre, in quel periodo fossi tenacemente fidanzata con uno dei tanti investimenti affettivi sbagliati della mia vita. E non ero la tipa che si sarebbe mai permessa di tradire. Allora.
Ecco: lui avrei potuto testarlo personalmente, ma preferii lasciar perdere.
Non particolarmente bello ma affascinante, intelligente, ironico ed intenso, oggi come ieri pare non aver perso un bruscolo del suo appeal, quello che mi faceva sognare di abbandonarmi fra le sue braccia e di lasciarmi baciare con dolcezza, mentre il mio lui dell’epoca era sbrigativo e col chiodo fisso, ma senza una vera intenzione di comunicare qualcosa che non fosse solo mero sfogo fisico.
Sarà che spacco il capello in quattro, che se mi sfuggisse un puntino su una i non sarei più io, ma rivendico il diritto ad essere una zitella di ritorno che ha provato ad avere la bocca buona, senza riuscirci.
Nossignori: non mi accontenterò mai più. Meglio, molto meglio condividere il bisogno di amore con la papera di pezza che mi fa compagnia da oltre un anno.
Tenera, dolce, muta.

Air – All I need

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Io e lei

C’era una volta.
Cioè c’ero, una volta.
Poi decisi di perdermi nelle circonvoluzioni allucinate della mia mente, avendo realizzato con certezza quasi matematica che una piccola impostora, alla nascita, si fosse impadronita di quella che sarebbe stata la mia vera esistenza, lasciando a me la sua, che è quella che mi porto addosso da quando ho aperto gli occhi per la prima volta.
Magari mi piace scherzarci, su questa edizione baby di Sliding Doors, ma la strana sensazione di essere sempre stata nel posto sbagliato, e nella vita sbagliata, non mi ha mai abbandonata veramente.
E lei, la ladruncola di destini, che cosa starà facendo, adesso?
E poi, in definitiva, chi può giurare che la disonesta sia stata lei e non io?
Non parlo di scambio di culle, anche perchè io sono nata in casa, come usava ai miei tempi, cioè durante le guerre espansionistiche del glorioso Impero Romano. Io, magnogreca di nascita.
Se quello che viviamo sia frutto di predestinazione, di furto o di libero arbitrio non ci sarà mai dato di saperlo con assoluta certezza.
Mi sono adattata a quello che mi circonda, e corro dalla farmacia allo studio di Mimmo, e dallo studio di Mimmo a casa dei miei, perchè a mio padre manca sempre un farmaco, una siringa e addirittura l’ovatta.
Finito il tour pro patre domani mi dedico all’amica di Stephanie Forrester, che al posto delle cuffie dei rotatori  ha del sartiame distrutto dal sale e dall’acqua di mare.
L’Unno è autonomo, per fortuna, e spesso mi capita di compensare il fatto di non essere presente come vorrei, adesso, comprandogli dei capi di abbigliamento che gli piacciono.
Io vesto da Zara, me ne frego delle firme e sostengo che se sotto c’è il manico, anche uno straccetto diventa un capo di alta sartoria.
Sia chiaro: il manico in questione non sono io, dato che stavo facendo, anzi tentando di fare un discorso generale.
Lei, magari, cioè la ladra della mia vita, ha fatto dei sapienti ritocchi estetici, non certo come quelli che hanno trasformato anche la Ventura in un puma californiano.
Forse ha un marito ricco e tordo che l’adora, e un amante prestante e giovane che usa e getta, salvo poi ripescarlo dal cestino della carta straccia.
Magari è una capitana d’industria che mette sull’attenti anche il padreterno, che pensa al suo lavoro, che la fa sentire realizzata, e che ha rinunciato ad avere figli per paura delle smagliature.
Magari ho solo scritto un mucchio di idiozie perchè può essere anche che la tipa sia finita sotto un tram all’età di trent’anni, dopo una vita sfigata come quella di Fantozzi.
Forse nessuno decide per noi, ma ognuno raccoglie solo quello che ha saputo seminare.
Forse, forse, forse.
Forse, tanto per scrivere l’unica cosa giusta di tutto il post, dovrei spegnere e provare a dormire, immaginando ad occhi chiusi un ovile, un pastore e tante compresse di xanax che saltano la staccionata.
Domani sveglia presto, e guai a chi mi rivolge anche solo il pensiero mentre celebro il rito del caffè mattutino.
Semmai proverò a pensare al suo, di risveglio.
Magari mi cammina accanto, e si tira le rughette intorno agli occhi con le dita, e poi fa le smorfie con la bocca davanti allo specchio per mantenere le labbra toniche, mentre l’Unno, con i pantaloni infilati a metà e le scarpe in mano, scuote la testa e va a recuperare il maglioncino lasciato sul divano la sera prima.

Qui, per esempio…
E qui, per par condicio. :-)

Words

Quando so che mi aspetta una fila comoda, cioè con una sedia sotto, mi organizzo al meglio, non sapendo di preciso quanto mi toccherà attendere.
Come ogni lunedì pomeriggio sono andata dal medico-amico per la richiesta delle cure settimanali che sta seguendo mio padre.
Ho notato già a distanza che la porta dello studio era aperta.
Sono salita e mi son trovata di fronte un signore anziano, che ha sorriso al mio saluto.
Ho sorriso a mia volta, mi sono seduta e ho infilato la mano in borsa per estrarre il libro.
– Buonasera, signora.
Sera. Prima, veramente…
– No, io sono primo.
Lo so. Volevo dire che quando sono entrata e lei…
– L’anno scorso son caduto e mi sono spezzato il femore.
Ahi. Chissà che male cane. Le fratture…
– No no, sono caduto per le scale, non mi ha azzannato un cane.
Devo averlo guardato strano perchè mi dice che non sente bene. Eufemistico, il concetto, ma conosco il problema dell’ipoacusia, sorrido, gli faccio segno con la mano che è tutto a posto e tiro finalmente fuori il mio libro.
Ho appena attaccato le prime dieci parole quando arriva una specie di processione, alla spicciolata.
In breve tutti i posti a sedere sono occupati. Il signore ipoudente si guarda intorno con l’espressione smarrita tipica di chi è isolato nel suo mondo.
Il mio viso tenacemente rivolto in basso non basta ad arginare il chiacchiericcio che si scatena, come una tempesta, e che mi coinvolge mio malgrado.
Giuro che non sono del tutto asociale, nè scostante, ma la chiacchierata dev’essere un piacere: altrimenti è fiato che si perde, inutile, nell’aria.
Il medico tarda, stranamente, e intanto sfilano, nell’ordine, l’influenza A, la delinquenza minorile, i furti negli appartamenti, la crisi economica, la vittoria di Bersani, la caduta delle ideologie politiche.
Finalmente Mimmo si appalesa, scusandosi.
Nonostante io sia una persona mimetica, che fa pochissima vita sociale in loco, gli altri, evidentemente, ricordano ancora la mia esistenza in vita.
Il chiacchiericcio generale sta per toccare i cavoli miei quando l’ipoudente, che nel frattempo era entrato, esce quasi subito consentendomi di sottrarmi a quello che si stava già preannunciando come un fuoco di fila, partito da quando mio padre faceva politica, oltre quarant’anni fa, e appena approdato al lavoro di mio fratello.
Mi fiondo in studio e, come al solito, Mimmo mi viene incontro e mi abbraccia.
Ed io, ogni volta che lo fa, mi stramaledico per non essere stata tempista quando le circostanze lo richiedevano, persa com’ero ad inseguire chimere.
Richiesta, certificato per la palestra di Enrichicca.
Il telefono dello studio squilla in continuazione, il cellulare di Mimmo anche, il brusio oltre la porta è un coro di zanzare in astinenza.
Lui dice che passerà per vaccinare mia madre, e che gli spiace di non poter rimanere un po’ a parlare con me, ma “il lunedì è l’ottava piaga d’Egitto”.
Mentre mi alzo e lui si alza per accompagnarmi alla porta, previo abbraccione stretto stretto, mi regala un bloc notes su cui è disegnato un cuore.
Pubblicità di farmaci per cardiopatici, mica la locandina mignon di un film di Moccia.
Saluto, sorrido alla signora intrigantella e me la filo con un senso di sollievo.
Io, col mio libro fermo alla stessa pagina.

Boyzone – Words

Mela verde e caramello, senza gloria

Che ne sapete, voi, di una maglietta nera che ha una scritta, it was me, che in qualche modo mi assomiglia?
Che ne sapete del gusto di una tisana alla mela verde mischiata con quello dei popcorn al caramello?
Per me, da ora in poi, i bastardi senza gloria di Quentin Tarantino avranno questo sapore insolito, confuso ed eccessivo. Ma piacevole e profumato.
Oramai sono arrivata al punto di non riuscire a concepire un sabato senza cinema, e se potessi andarci anche durante la settimana ne sarei ancora più lieta.
Qualcuno di voi sa che da tempo non mi cimento più con le recensioni pseudo ortodosse, avendo deciso di optare per pochi spunti frammisti a sensazioni e flash di vario genere.
Dopotutto è meglio così: obbedisco ad un’esigenza che si era fatta imperativa e, nello stesso tempo, evito di fare imbestialire quelli che mi leggevano prima di aver visto un film.
Dico solo questo: all’inizio non sembra un prodotto di QT, ma lo strano effetto dura meno di mezzora.
Poi la macchina narrativa prende il via, fra eccessi grotteschi e scene cruente per palati forti.
Una storia riscritta nella Storia, piena di licenze e libertà che ci si può permettere solo se si è all’altezza del mestiere che si fa. E Tarantino lo è.
Ottimi attori, dalla rivelazione Christoph Waltz, ad un Brad Pitt inusualmente caricaturale e un po’ paraculo.
L’unico punto a sfavore di queste mie serate cinefile è la distanza che devo percorrere con l’auto, anche se stasera ho assaggiato un altro multisala più vicino. Quindi altri chilometri sulla via del ritorno, fra sorpassi di gente che non sa nemmeno cosa sia una freccia e abbaglianti sparati come fulmini negli occhi.
E la mia voglia crescente di fermare un pirata a caso e incidergli in fronte una S: quella di stronzo.

David Bowie – Cat people (putting out fire)

Metti un tigre nel motore

Andar per strada incontro all’alba, mentre il sole del mattino si affaccia dietro le case all’orizzonte.

Alme sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maius.

E queste parole sono vita, sono speranza, sono amore. Amore.
Quello che non tradisce mai, e che rimane sempre nel cuore, custodito come il più inestimabile dei doni.
Non decidiamo le nostre parabole vitali, non possiamo tanto, ma abbiamo facoltà di scegliere i percorsi più adatti e le strategie di sopravvivenza.
Sono molto meridionale negli slanci affettivi e nella passione, ma nordica nel pudore della me più privata: quella che non conoscerà mai nessuno.
Ancora me e me: stavolta l’una accanto all’altra. Quiete. Quasi complici.
In questa giornata assolata, fresca, nitida.
Stagliata come una vetta all’orizzonte dei ricordi che verranno.

Paul McCartney – Hope of deliverance

Che mondo sarebbe

Che mondo sarebbe senza nutella?
E che sabato sarebbe, il mio, senza cinema?
Ho ripreso a mettermi in marcia, anche se i momenti in cui vorrei starmene appallottolata sul letto, con la testa sotto il cuscino, sono tanti.
Stamattina vagolavo per casa con l’aspetto di un fantasma.
Una doccia, le mani preziose di Mary, un filo di trucco e mi son guardata senza saltare davanti allo specchio.
Cinema? Certo: Baarìa, anche perchè la settimana scorsa lo avevano spostato all’ultima ora.
Non mi azzardo minimamente a parlarne, avendone letto una signora recensione da Saverio.
Dico solo che mi è piaciuto, anche se mi ha lasciato dentro una tristezza infinita, complice, anche, la musica bellissima e struggente di Ennio Morricone.
Mi chiedo cos’abbiano potuto capire, al nord, di questo film, se io stessa ho faticato a comprendere tutte le parole e i modi di fare.
Non so: ho avuto l’impressione di assistere ad un romanzo concentrato, all’epopea atomizzata di un ragazzino umile e sognatore, che apre e chiude il film in una sorta di sogno o…
Preziosi i camei di Luigi Lo Cascio ed Enrico Lo Verso (siculi doc), inquietante Lina Sastri, sobrio un barbuto Raul Bova, simpatico Salemme, stralunato Leo Gullotta, incomprensibile, ma con un suo perchè, Beppe Fiorello.
Ficarra viene omaggiato di una ficarrata.
La Bellucci, vista per una frazione di secondo, interpreta un brevissimo ruolo molto significativo.
Niente spoiler, anche perchè credo che, oramai, l’abbiate visto in buona parte.
Io non ho un rapporto sereno col tempo che passa, che disinganna, che devasta.
Forse è per questo che, all’uscita, ho bevuto uno Spritz e ho rimesso in moto l’auto sotto una pioggerella beffarda.

Giuni Russo – L’addio

La tana

Qualche giorno fa giravo ancora con sandali e maniche corte. Stamattina sono uscita di casa intabarrata come se dovessi andare sulla neve, e adesso sto scrivendo accucciata con la schiena contro il termosifone.
Il mio nemico numero uno è il freddo, ma è in ottima compagnia. Il nemico.
La serenità inusuale delle settimane scorse ha lasciato il posto ad un vuoto che riesce a riempirsi solo di irritabilità e pensieri ai limiti dello sconforto più assoluto.
Eppure…
Eppure ieri è stata una giornata particolare: la prima dopo quasi tre mesi di ansia angosciosa.
E se il destino elargisce spiccioli di speranza con una mano, con l’altra ti toglie definitivamente ogni velleità di ricucire amicizie costruite su terreni sabbiosi.
Quale amicizia, poi?
Mi basti sapere che quell’esame istologico, pur tremendo (leggere carcinoma ad alto grado di malignità fa sempre un gran brutto effetto), ha fugato la paura di invasioni “barbariche”. Almeno per ora.
E fa niente se sto diventando un animale solitario che si rifugia nella sua tana per paura degli uomini cattivi che brandiscono torce infuocate.
Chissà, forse stanno solo cercando la mia anima.

Tori Amos – Winter