Sintesi

Voglia di rialzare la testa, con uno scatto all’indietro, di quelli che fanno scricchiolare le ossa.
Sintesi di questa estate più brutta che bella, sintesi di pensieri tristi tristi, di speranze uccise a colpi di martello, di quello che era e non è stato, e di quello che mai sarà.

Bontà vostra

Vittoria, una blogger conosciuta di recente ma già da me molto apprezzata, ha voluto assegnarmi un premio, the Honest Scrap Award, del quale mi sento immeritevole come dei precedenti. Senza falsa modestia.
Dovrei assegnarlo a mia volta, come regolamento prevede, e come sempre sono imbarazzata.
Però l’imbarazzo lo tiro indietro, alla bisla buonista, quella dei mille problemi irrisolti.
Quando ho scritto il post ero al mare, con penna e moleskine.
Vi premio tutti, idealmente, ma assegno solo quattro premi, in maniera del tutto istintiva e spontanea.

A Zelda, che è nata dall’altra parte dell’Italia ma che ha una testa che assomiglia alla mia.
One head, one love, one blood.

Ad Amaracchia, che con la battuta sul busto di Clint Eastwood mi ha fatto ridere per un’ora di seguito.

A Sur, amica da tanto. Lei conosce i miei trascorsi ed io conosco i suoi. Abbiamo in comune anche una malattia, ma non lo sa nessuno. ;-)

A Celito, che coniuga cultura, ironia ed intelligenza in un modo gradevolmente personale.
Si può dire gradevolissimamente?

A Gians, che se non si presenta a Zelig come autore di testi comico-surreali, ce lo spedisco io.

That’s all folks!!

Rolling Stones – She’s like a rainbow

Suggestioni

Bimbe bionde, bimbe impaurite di tutti i tempi.
Impaurite da racconti di fantasmi e “munachicchi”.
Bimbe sensibili, ricettive, suggestionabili.
Anche se vedere “oltre” non è da tutti.
Enrica assiste paziente al rito delle mie abluzioni notturne: sua sorella più grande e l’unno l’hanno spaventata dicendole che avrebbe visto il diavolo alle tre di notte in punto.
Lei, che è un tipetto, ha ostentato indifferenza a lungo, ma lo sguardo tradiva la paura malcelata.
– Alle tre sentirai dei rumori alla porta, ti sveglierai e vedrai il diavolo.
Non ho mai capito che gusto si provi a spaventare un bambino, anche se il bimbo in questione, che poi è una bimba di nove anni, pur di non darlo a vedere si sarebbe pestata una mano col martello.
– Siete dei bugiardi. Zia N dice che devo credere solo a quello che vedo, che sento e che tocco.
– Appunto. Stanotte vedrai e sentirai il diavolo.
Genialata.
Le propongo di venire su a dormire nel mio lettone, e lei non si fa pregare, ma non si schioda da me nemmeno mentre mi lavo i denti e poi mi pettino a testa in giù, come sempre.
– Zia, che belli i capelli lisci.
– Pensa che li avrei voluti ricci come i tuoi.
Si sistema nel lettone di rattan verde e crolla serena dopo pochi minuti.
E a me tornano in mente le storie che mi raccontava mia nonna, ai limiti dell’inverosimile, e Riccardo che ha giurato di aver sentito dei passi sotto il porticato, quando ha dormito giù col suo amico.
Non me ne sono stupita: quei passi spesso li ho sentiti anch’io, per anni, e non erano certo quelli del cane.
E’ che da tempo ho smesso di chiedermi il perchè di tante cose, se non riesco a spiegarmele razionalmente.
E credo solo a quello che vedo, che sento, che tocco.

Bob Geldof – The beat of the night

Vagolando, disconnessa

Lo pensereste mai che il sole può sembrare, a volte, un’inutile resistenza per enormi girarrosti, una lampada agognata ma impietosa che ci illumina, ma solo in superficie?
Lo so, sono ingrata e lagnosa, ma provate a fidarvi di me, e a credermi.
Per alcuni l’estate è la stagione del riacutizzarsi dei malesseri di gruppo, quelle nevrosi tenute sotterranee che, come per un maleficio, si ridestano tutte insieme e mettono gli uni contro gli altri, a guardarsi in cagnesco.
E il pretesto, a volte, è veramente risibile.
La coabitazione forzosa negli stessi àmbiti, seppur separati da scale esterne e giardini, è il detonatore di una serie di micce a scoppio diacronico: non sai mai quando ti toccherà saltare di proposito, per evitare di rimetterci un pezzo.
D’altronde pensare di andare per altre spiagge in questi tempi di vacche molto magre sarebbe uno spreco inutile, oltre che uno schiaffo a chi non può permettersi nemmeno una giornata al mare dietro casa.
E così si abbozza, cercando di ritagliarsi spazi di relativa autonomia, e un po’ di respiro.
The same old story.
Magari quest’anno ci sono state un paio di varianti assolutamente impreviste, anche se di veramente imprevisto, oggi, non c’è più niente.
A volte ho la sensazione di essere, come tutti, uno dei cavallini sagomati di certi tiri a segno: scorrono stanchi uno dietro l’altro, in attesa del colpo che li butti giù.
Quindi son ritornata al sole, timidamente, dopo la febbre di ieri. Tutto sommato sto bene: mi reggo in piedi e sorrido secondo necessità.
Non è star bene, questo?
Ok, forse è solo adattarsi, ma adattarsi è imparare a sopravvivere.
– Voglio un fidanzato giapponese.
Le due donne mi guardano. E’ che sono emersa, ex abrupto, dalla barriera di note musicali di cui mi circondo ogni giorno.
– Perchè proprio giapponese?
– Perchè forse i giapponesi sono più sinceri, educati e perbene di noialtri. E poi sono belli. Cioè, se sono belli, lo sono davvero.
– Prendiamo atto.
E chi lo sa. Magari sogno anch’io un Rinri che mi prepari la fonduta svizzera col formaggio di plastica, e che mi canti l’amore sotto un ciliegio, di notte. Che mi accompagni ad Hiroshima a comprare quintali di salsa alle prugne amare e che venga a prendermi a casa con una mercedes bianca, in rispettoso silenzio.
Il mio koibito.*
Ryuichi Sakamoto – Rain

Punti di vista

La pubblicità è un male necessario: bisognerebbe che gli spot fossero intelligenti, ben ambientati ed interpretati.
Ho sostato per puro caso davanti alla tivù dei miei per un po’ di tempo, anche se ero intenta a fare ben altro.
Sono passate, nell’ordine: una ragazza scemotta vestita da Vanish, una ragazza scemotta che invitava il suo lui a curare l’igiene della bocca, una ragazza scemotta che rideva di una risata insopportabilmente stupido-isterica.
Ho alzato gli occhi, realizzando di aver sentito cianciare del Mulino Bianco.
E mi sono stupita di non aver provato rabbia o dolore. Mi sono stupita di non aver più voglia di sputare battute sarcastiche.
Non ne ho più voglia.
Se la vita di ciascuno di noi è il risultato di scelte, o del caso, non lo sapremo mai veramente.
Ci saranno i propugnatori della prima tesi, e quelli dell’altra.
Ci sarà sempre una terra di nessuno nella quale provare ad incontrarsi, o avere modo di scegliere
una via diversa: quella più consona al proprio modo di concepire la vita. E, magari, non solo.
Sono stata bislacca, per scelta e per amore.
Probabilmente lo sono e lo sarò sempre, ma so discernere e, quel che è strano, a volte ho la capacità di vedere “oltre”.
Non so che ne sarà di me, ma vorrei che le persone alle quali voglio bene fossero serene, e riuscissero a godersi la vita.
Non potrei mai provare ad essere felice se non lo fosse chi amo.
Folle e demodè? Forse, ma in fin dei conti va bene così.

Le luci della centrale elettrica – Per combattere l’acne

Spalle larghe

Mi sono immessa con la bici nella strada che porta dal sottovia al mare: non immaginavo ci fosse ancora tanta gente in gruppi disordinati come schiere di formiche impazzite.
Fra un dribbling e l’altro mi è venuto in mente, fulmineo, un pensiero: ho iniziato a crescere quando, tanto tanto tempo fa, per strada in compagnia di mia madre, incontrai un uomo senza braccia.
Dovevo averlo guardato a lungo perchè lei, dandomi una tiratina discreta, mi disse che non stava affatto bene fissare la gente, e mi spiegò qualcosa che non avrei più dimenticato.
La mia propensione al bicchiere mezzo vuoto (l’altra metà, di vodka, devo averla bevuta senza accorgermene) mi fa decretare “finita” quest’altra estate nata senza aspettative di riposo, senza sole, senza entusiasmo.
Potrei stilare il superclassificone di ciò che non è andato per il verso giusto, dando uno schiaffo morale a coloro che mi immaginavano persa in un tourbillon di feste e amanti uno via l’altro.
Nemmeno mezzo amore stiracchiato, anche perchè mezzo amore stiracchiato non lo vorrei per nulla al mondo. Se amore non dev’essere, amore non sia, chè di surrogati ne ho ampiamente piene le balle.
Mentre cerco un segmento di reticolato a cui legare la bici, passa il mio amico edicolante grossetano.
– Sempre più nera, signora.
Eppure quest’anno son slavatina.
– Infatti la ricordo molto più abbronzata. Intendevo dire che la vedo cupa e preoccupata.
Sa, un po’ di cose.
– Le auguro di risolvere tutto e bene.
Grazie mille: ha visto mai?
In effetti devo avere la faccia truce, nonostante una naturale propensione al sorriso.
Pour parler, problemini miei di salute che non approfondisco per scelta ideologica, più pressione arteriosa
ai minimi storici, anca in sofferenza, figlio che diventa ogni giorno più intrattabile e rompiballe.
E, dulcis in fundo, la mazzata di mio padre.
“Eccheccazzo, mondo”, ho pensato.
Ma, nonostante tutto, sono una che non si arrende. Che a volte fa resistenza passiva, ma che il toro deve prenderlo per le corna.
Così ho messo sotto torchio il medico dei primi controlli, che è persona amica, gli ho mostrato tutti gli esami successivi e ho saputo che la natura della cosa sarà sì nota solo dopo l’esame istologico, ma che pare non sia così grave, nè diffusa all around e far away.
Una boccata di ossigeno. Una sola, quanto basta a riprendere la marcia. E ad affilare le armi.
E a permettermi il lusso decadente di lasciarmi andare ancora per un po’ al pensiero di colui che mi ha spento per sempre la voglia di amare, a colui che affermava convinto che fossi il suo mondo, e che adesso probabilmente passeggia su una battigia del Tirreno con moglie, figlio, cane e, magari, una nuova amante ben nascosta in qualche altro buco geografico.
“Ho le spalle larghe in tutti i sensi, mondo”, ma sarebbe stato meglio averle più strette, così che qualcuno non pensasse di approfittare della mia millantata solidità di donna forte, che tante ne ha viste e sopportate, e che altrettante vorrebbe restituirne, se potesse.
I messaggi di saggezza zen che mi invia Vodafone varranno pur qualcosa, visto che sono gratis.
Imparare a godere delle piccole cose di ogni giorno.
A voi sembra una piccola cosa essere riuscita, dopo un bel po’, a stendermi di nuovo al sole senza sentirmi male, lasciando il cerchio irregolare dell’ombra accanto a portata di mano, con una moleskine, un libro interessante e Quadrophenia a palla nelle orecchie?

Who – Quadrophenia