Metadone e vecchi merletti

Il compleanno di Tiziana cadeva il diciannove di luglio.
In quel periodo, che chiamavamo di mezza estate, sua nonna, che aveva una grande casa antica dalle mie parti, organizzò un pranzo per noi amici di quella sua unica nipote femmina bruna, pazzerella e riccioluta come un putto.
Era il 1981.
Ci si presentò tutti, puntuali e sudaticci. Io, il mio ragazzo del tempo, mio fratello e un’amica, alcuni miei ex compagni di liceo che Tiziana aveva generosamente omaggiato delle sue grazie. C’erano anche Sergio e Giampashhhquale, l’amico napoletano che aveva casa al Vomero.
C’era penombra, nella vasta sala da pranzo. La tavola era apparecchiata di tutto punto, con la tovaglia di fiandra bianca e i calici di cristallo, quelli delle occasioni importanti.
In fondo alla tavolata il divanone di stoffa damascata color verde salvia. E sul divano la chitarra di Massimo.
Dei fratelli di Tiziana erano presenti solo lui e Andrea. La notte e il giorno.
E lui, seduto di fronte a me, mi guardava negli occhi e sorrideva appena.
Sedevo sulla brace, col mio ragazzo accanto e lui di fronte, occhi negli occhi, e la paura che potesse sentirsi male com’era successo qualche giorno prima.
La madre lo aveva affidato alla sua, di madre, convinta che l’aria sana del paese lo avrebbe tenuto lontano dai compagni di buco che andavano a stanarlo perfino nel negozio di famiglia, al centro di Bari.
E non c’erano minacce, e denunce e percosse che riuscissero a tenerli lontani.
Con noi Massimo era al sicuro. Con me sembrava spensierato e sereno. Massimo occhi grandi, scuri, a mandorla. Massimo riccioli neri e mani da musicista. Diciannove anni compiuti da poco accanto ai miei quasi ventitre.
Ed io che senza dirlo ad anima viva, forse nemmeno a me stessa, prendevo botte dal mio ragazzo anche per un nonnulla.
D’estate giravo con le maniche lunghe ed evitavo il mare finchè i lividi non erano completamente scomparsi, se lui aveva deciso di artigliarmi le braccia con forza.
Uno spacco sulla bocca l’avevo giustificato facilmente, dicendo che ero caduta giocando a tennis. Tentando di giocare, cioè, visto che per gli sport sono sempre stata clamorosamente negata.
Con Gianni finì ad agosto, dopo gli ultimi schiaffi ed un tentativo maldestro di stringermi per farsi perdonare.
Mi strappai la fascia dai capelli, gliela tirai in faccia ed uscii dalla sua auto e dalla sua vita sbattendo lo sportello con forza disumana.
Tiziana si fermò da noi per qualche giorno: le amiche aiutano a consolare malumori e pianti disperati.
Massimo ci raggiungeva nel tardo pomeriggio. Si passeggiava a lungo, insieme. Lui parlava poco con la bocca ma molto, molto con gli occhi.
Quell’estate dell”81 se ne andò così, con l’anima ammaccata e strani sentimenti che si agitavano dentro ma che non ebbero mai la forza e il coraggio di rendersi manifesti.
Ognuno ritornò alla sua vita, agli studi, alle occupazioni. Ai buchi.
L’inverno successivo fu ricoverato al policlinico: reparto malattie infettive. Aveva preso l’epatite, e noi andammo a trovarlo con sua sorella.
Era in un giardinetto, fuori dalla stanza e fuori di sè. Gli occhi erano diventati immensi, nel volto pallido e smagrito.
Tenendomi stretta una mano mi sussurrò che quella notte sarebbe scappato scavalcando il muro di recinzione che da quella parte era più basso. Farneticava.
Mi chiese di dargli l’anello che avevo al dito. Gli risposi che non potevo proprio, che era un ricordo di mia nonna scomparsa l’anno precedente.
Senza tanti complimenti mi mandò a fare in culo, “te e tua nonna”, e rientrò in reparto senza nemmeno salutare gli altri.
Ed io, a casa, mi sfinivo ascoltando Eugenio Finardi e Gianna Nannini: Patrizia e La musica ribelle, Come un treno e Stop erano le canzoni che avevamo ascoltato insieme tante volte.
Poco più di un anno dopo Tiziana, dopo tanti principi buzurri e azzurri mancati, conobbe un gran bel ragazzo amico di suo zio, che faceva il medico a Bologna. Lo sposò velocemente e se ne andò a vivere lì.
Massimo, Andrea e gli altri due fratelli minori si persero nelle loro vite, mentre io andavo incontro alla mia con tanta fiducia che avrei mal riposto ancora ed ancora.
Sei anni dopo mi trasferii a Bari per un corso, dopo aver mollato l’università strada facendo.
Massimo era venuto improvvisamente fuori dalle brume e dai colori forti di anni caotici materializzandosi alla mia porta con un mazzetto di fiori di campo. “Mi sono fatto accompagnare da Roberto in moto e li ho colti per te”.
Riprendemmo ad uscire insieme. A volte passavo io dal negozio, a volte veniva lui ad aspettare che uscissi dopo le ore di lezione.
Un pomeriggio, mentre guardavamo il mare dal porto, disse all’improvviso che mi aveva amata moltissimo. “Come può amare uno come me”, aggiunse.
Non ne fui affatto sorpresa: lo avevo amato anch’io, in un silenzio disperato, soffocando i miei sentimenti perchè sapevo che, se avessi ceduto, all’inferno ci saremmo finiti insieme.
Continuammo a vederci per qualche mese: lo presentai alle mie amiche di appartamento, che lo presero subito a benvolere perchè lui era dolce come pochi, e sapeva farsi amare.
Nel frattempo avevo conosciuto colui che sarebbe diventato il padre di mio figlio: un ragazzo apparentemente solido ma rigido, dogmatico, duro e avaro anche di gesti d’affetto. Sembrava un rifugio e forse lo era, ma non capivo perchè mai a me riservasse certi aspetti di sè, mentre corteggiava impunemente le altre, mia sorella compresa.
Massimo non aveva voluto incontrarlo, “quello stronzo busone”.
All’arrivo di una nuova estate ci riperdemmo. Nemmeno più una telefonata.
Due o tre giorni prima del mio matrimonio ricomparve sulla porta della mia casa paterna, e consegnò a mia madre un mazzo enorme di fiori di campo.
Quando rincasai lessi il bigliettino:” Prova ad essere felice almeno tu, con lo stronzo busone. Auguri. M.”
Un mese dopo, di domenica mattina, mi telefonarono da casa per dirmi che la sera prima lo avevano trovato morto su una panchina del lungomare.
Dio quanto piansi. Piansi al punto che pregai mio marito che a pranzo dai suoi ci andasse da solo, e che dicesse che ero ammalata.
Cercò di calmarmi e mi convinse a seguirlo. Avevo gli occhi rossi e gonfi come quelli di una rana.
Sua madre mi chiese subito cosa avessi.
Le risposi, brevemente, che poche ore prima avevo saputo della morte di un caro amico (quanto mi fosse caro non l’ha mai saputo nessuno).
Si disse sinceramente dispiaciuta, e chiese cosa fosse successo. Alla mia risposta seguì la sua, lapidaria e cattiva. Mi voltai e non dissi quasi più niente per tutto il giorno.
Quel 19 luglio del 1981 nessuno poteva sapere quel che sarebbe stato di noi: Tiziana che avrebbe finalmente coronato il suo sogno molto presto, io che sarei passata attraverso storie da film horror, Massimo che sarebbe morto esattamente dieci anni dopo, solo come un cane per strada.
Non ebbi il coraggio di partecipare al suo funerale, e me ne pento ancora. Lo seppellirono al cimitero del mio paese.
Non frequento molto quei posti, ma se decido di andarci per lui c’è sempre un fiore.
Ed ogni volta, posando il fiore per terra davanti al suo sorriso, ingoio un groppo e giro i tacchi alla svelta.
Oggi Tiziana compie cinquant’anni, a Bologna, con suo marito e i gemelli, che saranno diventati grandi.
Massimo avrebbe avuto quarantasette anni.
Massimo ha quarantasette anni, compiuti il ventinove giugno, e chissà se starà strimpellando la sua chitarra, da qualche parte.
So che non è così, ma mi piace crederlo.

Giuni Russo e Vladimir Luxuria – Illusione

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