l’amico del cuore

Image-Eric-Kilby-Embrace-Sculpture1-700x467

E’ una spalla su cui piangere. Anzi la spalla. Gentile, disponibile, spesso carino, non si tira indietro mai, se c’è da offrire comprensione per una mezz’oretta di confidenze o pianti liberatori.

Ha l’innata e rara capacità di trovare la battuta giusta al momento giusto, le parole che alleviano il dolore acuto delle lame rotanti che ti frullano nella zona diaframmatica. Non si erge a giudice, non critica, non minimizza il tuo dolore, facendoti sentire una piccola, sciocca donna senza spina dorsale.

E’ pacato, razionale ma senza eccessi, dolce, protettivo. Ti accetta (dal latino “accipere”), comprende quello che dici semplicemente perché ti ascolta con attenzione. Puoi chiamarlo nel cuore della notte: troverà la forza di non mandarti a cagare nemmeno se stava sognando un incontro bollente con Megan Fox. Al tuo “stavi dormendo?” risponderà “no, avevo appena finito di affettare le verdure per il minestrone di domani”. E si distenderà sul letto con aria mite, disponendosi all’ascolto.

Di solito l’amico del cuore non ha moglie, anche perché, se l’avesse, potrebbe solo sognarsi di darvi una mano, e voi non dovreste fare altro che archiviarlo. Al massimo ha una ragazza che lo lascia sufficientemente libero, alla quale difficilmente confesserà del rapporto speciale che lo lega a voi: in questo caso sarebbe lapidato o buttato fuori dall’auto in corsa.

Talvolta l’amico è gay, e in questo caso la sua sensibilità nei vostri confronti diventa addirittura superlativa. Salvo gelosie di compagni che faticano a capire cosa ci trovi, lui, in una donna.

L’amico del cuore è un piccolo tesoro: auguratevi solo che, un bel giorno, non ve lo troviate addosso, con le braccia a guisa di tentacoli di piovra. In questo, malaugurato caso, avreste avuto l’incommensurabile sfiga di imbattervi nel clone malriuscito del dolce confidente: il paraculo.

The Rembrandts – I’ll be there for you

* La scultura (di sabbia) è di Eric Kilby

disvelazioni

this

Sempre più spesso spero in un alieno che possa salvarmi la vita, portandomi via dalla quotidianità appiccicosa di sudore e impegni mal digeriti che, forse, non mi spettano nemmeno.

Non nel modo talebano che ho io di intendere, ancora, il sacrificio di me stessa causa mala educación, cioè veti atavici e conculcamento sistematico di spirito e coscienza, ammantato di concetti religiosi e morali belluini.

Il duro lavoro di ogni giorno premia i miei sforzi tesi alla liberazione della “me” soffocata troppo a lungo.

Ché, se così non fosse stato, quel maledetto treno non l’avrei preso mai.

Sfidai quello che mi era sembrato un capriccio mascherato da apprensione ed esibii, tronfia, il mio biglietto, andando incontro all’apoptosi anticipata di un sentimento bello, vero, pulito.

Ero la cattiva maestra di me stessa, e non me ne rendevo conto.

Accadeva tanti anni fa: da allora, in qualche modo, non sarei stata più quella di prima, nel bene ma soprattutto nel male.

Ho pagato, com’era giusto, ma credo mi sia toccata la sorte di dover scontare una pena superiore all’entità del reato.

È così che si impara a stare al mondo: sbagliando, sbagliando, sbagliando.

Poi, però, bisogna rialzarsi e tentare il recupero del buono rimasto e, davvero, non è fondamentale impararlo subito.

Importante sì, ma non fondamentale.

Ieri guidavo distratta verso il tramonto.

Sarebbe stato fantastico veder sparire gli alberi, le rade costruzioni, la strada, e ritrovarmi sospesa nell’aria con lo sguardo puntato al globo di fuoco che spariva piano dietro le colline.

Dietro casa: quella che ogni giorno aspetta il ritorno del mio corpo.

Il tramonto quotidiano me ne ricorda altri, forse un paio, e il cuore si fa piccolo e arso come un grano di sale.

Adesso tengo la porta chiusa, quando le memorie bussano, e mi allontano in fretta da me, illuminata dalla luce morente che mi lambisce appena le spalle protese in avanti, e le gambe veloci.

John De Leo – Io non ha senso

l’aliena avverbiale

aereo-di-carta-che-plana-a-lungo_NG1bn

A volte ci si sente in panne, anche senza motivi eclatanti. Ho conosciuto giorni peggiori, eppure mi muovo, molle e piuttosto demotivata, lungo i sentieri tortuosi della  vita.

Stasera è arrivata la botta di malinconia. A tradimento, perchè i colpi più tosti sono sempre inattesi.
Ed io continuo a camminare, molle e piuttosto demotivata, lungo i sentieri tortuosi di questa vita che mi sfianca e mi mangia l’energia necessaria ad andare avanti.

Ma andare doveCome? Soprattutto perchè?

Intanto ci sono i doveri. Poi le responsabilità, mille fiati sul collo e le recite a beneficio di chi non dovrebbe sapere nemmeno se ho fatto la spesa oppure se ho deciso di lasciarmi morire d’inedia.
E la voglia, insopprimibile, di mandare tutti al diavolo.

In un attimo di reflusso mentale acido ho ri-ri-ripensato di distruggere questa pagina web. Poi non l’ho fatto: meglio continuare a essere me stessa quisenza pretese, che tornare a interpretare le macchie di Rorschach sentendomi un’idiota.

Mentre scarabocchio  spalmo occhiate veloci sulla manciata di vecchie foto tirate fuori di fresco, chè con gli ossimori ci vado a nozze.

Intanto gli incroci delle rette tracciate in questo mondo parallelo, che ci vedono amici, confidenti e poi


niente, sbiadiscono piano come le scie degli aeroplani nel cielo.
Eppure vi porto tutti nel cuore, e ognuno ha il suo posto.

Stasera avrei bisogno di un miracolo, o di una sbronza magistrale.

Baustelle – Il Vangelo di Giovanni

tracce di me-moria disgregata in mille puntini luminosi

spiabn

Torna l’estate, il mio lungo san Silvestro: straccio di tempo agognato e temuto, se deve voler dire vivere scollegati, lontani nel cuore, lontani dal cuore. Ma torna, l’estate, e le parole e gli abiti si fanno colorati come gelati alla frutta.
Vesto bianco, scrivo verde o rosa, penso luccichio e trasparenza di vetrata che separa mille gusti dai miei occhi pieni di desiderio.
Ma come ho potuto?
Tempo perchè…tempus fugit. Non credo sia grave, ma è un altro anno, un altro pezzo di me che lascerò in fondo al mare. E sarà stato un altro inutile spreco, uno schiaffo alla vita, a questo enorme contenitore che riempiamo di illusioni e battaglie perse.
Eppure ero io, la stessa di adesso.
Non lo fa apposta, l’estate. Ci passa sopra, ci attraversa, a volte ci lascia in ginocchio, stanchi e perplessi. Carichi di ricordi mediocri, di overdose di affetto familiare e tolleranza messa a dura prova, di oggetti da portare via nelle tasche o nel cuore. Un ultimo sguardo alla lama azzurra all’orizzonte. La promessa di tornare finchè sole non ci separi, e invece arrivederci.
Ti conosco molto più di quanto tu conosca te stesso.
Ancora una volta, miracolo bifronte, mi volterò indietro per un attimo solo. E sarò in mille universi paralleli.

Janis Joplin – Summertime

quattro venti

2

Il demiurgO piantava fiori e bombe che prima o poi sarebbero esplose.

Prima o poi.

Una vita ad aspettare l’elargizione di zuccherini, uno ogni tanto, o colpi di rasoio.

Sperando nel taglio decisivo, per accelerare l’agonia.

Dopo mille morti attese, invece, un risveglio tardivo.

Seduta composta – come si conviene a un donnino perbene – espressione compunta/solenne, pelle sciupata dal passare del tempo, “ella” attende la risoluzione, anche se i conti non son tornati mai.

In fondo – si dice – la vita può sorprendere, può farti un regalo che non ti aspettavi.

Un regalo bello: chiamalo pure risarcimento, perchè è il suo nome.

Però i conti non tornano, e la mannaia non arriva mai del tutto inattesa.

Tu seminavi timide speranze mentre il demiurgO ti piantava dentro fiori e bombe che sarebbero esplose.

Prima, o poi.

digestioni difficili

lupa

Di parole gratuite e cattive, ormai lontane.
Di bizzarri e incomprensibili triangoli, e figure geometriche varie di “amici” con un denominatore comune.
Pausa sonno: il sogno non lo ricordo, ma la malvagità della buonanotte sì.
Ed io sono a casa come un’idiota a chiedermi se è almeno statisticamente possibile che a sbagliare sia sempre io.
Certo, a crederlo o a fingerlo soltanto sono un bel gruppo, molto affiatato.
Detto ciò, a mezzogiorno di un sabato spazzato dal vento, e che vento, buon divertimento ai patiti del finesettimana, a quelli rimasti in città a tramare contro il nemico di turno, sempre lo stesso, e al nemico di turno, in pianta stabile, “che a questa realtà preferisce la follia”.
Divertitevi, brindate, moltiplicatevi.
Io vi amo tutti lo stesso.

Nick Cave & The Bad Seeds. Into My Arms

mistificando

coppie-romantiche-con-le-maschere-antigas-19553927bn

Ci fosse un giorno da dedicare alla Mistificazione, sarebbe tutti i giorni, anche se gli altri trecentossessantaquattro organizzerebbero una gara  per lanciare via, lontano, la patata bollente.

Non ho sonno, in quest’ora di passaggio fra il solito sabato sera caciarone del locale qui vicino e la domenica, generalmente silenziosa, discreta, a volte un po’ malinconica.

Ho ancora la brutta abitudine di volermi spiegare il perché dei fatti che mi accadono intorno, e a volte anche addosso.

So di sbagliare: bisognerebbe lasciar correre via tutto quello che non è necessario capire, e di zavorra inutile ce n’è tanta.

Ho fatto grandi passi avanti e sono soddisfatta di me stessa, anche se ciò mi allontana sideralmente da certe categorie di persone che non ho mai capito, e mai capirò.

Quelli che mentono senza che ce ne sia bisogno, i depositari assoluti della Verità, che portano in tasca divisa in comode monoporzioni da regalare agli ingenui di turno.

Non capirò chi raccoglie meriti altrui spacciandoli per propri, magari beandosi e gioendo, con il cappello a falde larghe rovesciato a mo’ di sporta.

E quelli, vecchia razza, che ti puntano il dito nell’occhio affinchè tu non possa vedere e renderti conto che si sono giusto liberati della loro trave per accecarti.

Gente perbene, timorata di NS, che ha un copione pronto per ogni giorno, e uno speciale per i festivi.

Persone discretamente benvolute, abilissime nello stravolgere i propri connotati psicologici, tanto  trovano sempre almeno un paio di gonzi disponibili e disposti a bersi ogni sciocchezza, stolidamente persi in un’ammirazione senza costrutto, senza radici.

Spesso questa bella fetta di umanità è naturalmente dotata di piedistallo, e dev’essere bello alto se osano guardarti e trattarti con magnanima condiscendenza: dall’alto in basso, con e senza metafora.

Oh, ci mancherebbe che fossimo perfetti, per carità, ma la buona fede, per quelli come me, è un modo di vivere e di rapportarsi, così com’è un modo di vivere l’onestà, quella qualità in disuso che ti consente di guardare gli altri negli occhi senza abbassare lo sguardo, certi di essere umani e fallibili, ma animati dal fermo proposito di non recare danno inutile e ingiusto.

Riflettevo, col sottofondo di una pessima musica purtroppo abbastanza vicina; poi mi son detta che certi mari sono pieni di squali, ma che questo non impedisce di solcarli, quei mari.

Bisogna allenarsi  a rintuzzare falsità e scorrettezze senza scadere di tono o lasciarsi scalfire, e poi allontanarsi il più in fretta possibile.

Grazie al cielo siamo oltre sette miliardi, convinti, più o meno tutti, che ci si debba apparentare per stima e affinità.

Il resto mancia.

Fleetwood Mac – Little Lies