mistificando

coppie-romantiche-con-le-maschere-antigas-19553927bn

Ci fosse un giorno da dedicare alla Mistificazione, sarebbe tutti i giorni, anche se gli altri trecentossessantaquattro organizzerebbero una gara  per lanciare via, lontano, la patata bollente.

Non ho sonno, in quest’ora di passaggio fra il solito sabato sera caciarone del locale qui vicino e la domenica, generalmente silenziosa, discreta, a volte un po’ malinconica.

Ho ancora la brutta abitudine di volermi spiegare il perché dei fatti che mi accadono intorno, e a volte anche addosso.

So di sbagliare: bisognerebbe lasciar correre via tutto quello che non è necessario capire, e di zavorra inutile ce n’è tanta.

Ho fatto grandi passi avanti e sono soddisfatta di me stessa, anche se ciò mi allontana sideralmente da certe categorie di persone che non ho mai capito, e mai capirò.

Quelli che mentono senza che ce ne sia bisogno, i depositari assoluti della Verità, che portano in tasca divisa in comode monoporzioni da regalare agli ingenui di turno.

Non capirò chi raccoglie meriti altrui spacciandoli per propri, magari beandosi e gioendo, con il cappello a falde larghe rovesciato a mo’ di sporta.

E quelli, vecchia razza, che ti puntano il dito nell’occhio affinchè tu non possa vedere e renderti conto che si sono giusto liberati della loro trave per accecarti.

Gente perbene, timorata di NS, che ha un copione pronto per ogni giorno, e uno speciale per i festivi.

Persone discretamente benvolute, abilissime nello stravolgere i propri connotati psicologici, tanto  trovano sempre almeno un paio di gonzi disponibili e disposti a bersi ogni sciocchezza, stolidamente persi in un’ammirazione senza costrutto, senza radici.

Spesso questa bella fetta di umanità è naturalmente dotata di piedistallo, e dev’essere bello alto se osano guardarti e trattarti con magnanima condiscendenza: dall’alto in basso, con e senza metafora.

Oh, ci mancherebbe che fossimo perfetti, per carità, ma la buona fede, per quelli come me, è un modo di vivere e di rapportarsi, così com’è un modo di vivere l’onestà, quella qualità in disuso che ti consente di guardare gli altri negli occhi senza abbassare lo sguardo, certi di essere umani e fallibili, ma animati dal fermo proposito di non recare danno inutile e ingiusto.

Riflettevo, col sottofondo di una pessima musica purtroppo abbastanza vicina; poi mi son detta che certi mari sono pieni di squali, ma che questo non impedisce di solcarli, quei mari.

Bisogna allenarsi  a rintuzzare falsità e scorrettezze senza scadere di tono o lasciarsi scalfire, e poi allontanarsi il più in fretta possibile.

Grazie al cielo siamo oltre sette miliardi, convinti, più o meno tutti, che ci si debba apparentare per stima e affinità.

Il resto mancia.

Fleetwood Mac – Little Lies

 

 

essere, non essere, far finta di essere e non essere

luxemodo-075-001

L’attività preferita da tutti, ormai, è la corsa all’essere “se stessi”.

Poche ore fa ero in banca, assorta nei miei pensieri; a mezzo metro due donne parlavano dei fatti loro, incuranti degli altri. Mi colpisce la frase di una delle due, che conosco di vista: “io sono sempre me stessa”.

E deve esserle sembrato di essere se stessa anche quando ha preso posto accanto a me e mi ha dato una pacca sul braccio, chiedendomi se stessi leggendo e che cosa.

In realtà stavo solo cercando informazioni su Tupac Amaru, ma ho immediatamente riposto lo smartphone nella borsa, rispondendo monosillabicamente al prevedibile fuoco di fila di domande.

Non tollero l’invadenza, oltre a tante altre virtù moderne, e mi permetto di non tollerarle perché, per prima, non le riverso sugli altri.

Sapete, fa parte dell’essere me stessa, come la lealtà, la sincerità, la trasparenza fin quanto è possibile; oltre al difendere le persone care da attacchi proditori alle spalle.

Indubbiamente difettacci passati di moda, ma tant’è e tanto sarà.

Lo spartiacque virtuale che chiamiamo fine anno vecchio, inizio anno nuovo, non ha brillato, né prodotto scintille di gioia.

Presto, spero, lascerò in ospedale un altro pezzetto del mio corpo che, pur facendo parte dell’essere me stessa in senso strettamente fisico, deve necessariamente salutarmi per evitare che, con quel tocco di sfiga che non guasta mai, a salutare possa essere io.

A volte vorrei perdere per strada altri aspetti di me, dell’essere me stessa in senso pieno.

Lo vorrei perché spesso mi sento un pezzo da museo, perché non sgomito per farmi notare, perché non blandisco e non amo mettermi in mostra.

Lo vorrei nei momenti in cui rilevo il menefreghismo di molti, con amarezza.

Per fortuna si tratta di brevissime e inutili escursioni mentali che cestino subito, e con grande soddisfazione.

Alla scarsa popolarità ci si abitua: dopotutto ho sempre creduto nel criterio dell’affinità, e nella certezza che avere pochissimi amici veri sia più appagante che circondarsi di una pletora di conoscenze più o meno superficiali che sviliscono il senso, letterale e concettuale, della parola “amicizia”.

Questione di attitudine, questione di scelte.

Sting – Englishman in New York

si ha un bel dire, eh

ithewo

Altro giro altra corsa, propositi e bilanci che hanno poco senso.

Conservate pure i ricordi, se non vi fanno star male, ma non aggrappatevi ad essi perché spesso non sono una ciambella di salvataggio, ma la pietra legata al collo che vi porterà giù, in fondo al mare.

Aprite le finestre e inspirate l’aria fredda e pungente.

Lasciate che il crepitìo dei bronchi vi canti la sua canzone, che è liberazione e apertura.

Risintonizzatevi con la vostra essenza e provate a guardare oltre l’orizzonte: colmate l’assenza perché voi ne siete parte, in un lento fluire eterno.

Da un po’ ho una sola certezza assoluta: che mi manco, e che mi sono mancata a lungo.

Adesso vado a riprendere me stessa, incagliata fra una risma e il desiderio di un addobbo mai comprato perché “non ci sarebbe stata più una famiglia”, e nemmeno una coppia di persone innamorate.

Se mi ritrovo vi mando una cartolina.

 

appunti

to-write-224591_960_720

Cane nel recinto.

Veleno topicida nelle serre.

WARNING!

Cane apre recinto (è un cane molto intelligente) e rimane a gironzolare nel suo territorio.

Dal quale uscirà quando le caramelle topicide le avranno mangiate topi e cani scemi.

[Dispiace, ma ognuno pensi a salvare se stesso].

Ma voi li avete mai visti i camosci attraversare la strada a dieci chilometri dal mare?

Ah: le date di scadenza sulle confezioni degli alimenti stampatele A CARATTERI CUBITALI, visto che, tra mosche e palloncini neri, diventa sempre più difficile riuscire a capirci qualcosa.

Ieri mattina c’era il sole; la notte limpida e pungente fa sperare che domani si riproponga ed è un bene, anche se non sarà possibile goderselo a causa di intoppi e impegni che piovono ormai con scostumata copiosità.

In questi giorni diversi e inversi ho stretto un patto con me stessa: se la duro, la vincerò.

Con buona pace di chi crede, immagina, parla.

A vanvera.

Elton John – Sad Songs

sempre la solita

heart

Ho sollevato la cornetta allungando un braccio verso il telefono, dopo lo squillo.

Mi dice che sulla strada provinciale che porta al mare hanno abbassato il limite di velocità: 50 km/h costanti, una follia ma è così, ed io te l’ho detto, dovessi andare al mare e non fare caso ai cartelli.

Da giorni, nell’ordine, la richiesta del nome dell’attore protagonista de “Il Padrino”, che adesso non mi viene in mente, io al referendum voto no, tu hai deciso? Ed io rispondo che non ho ancora deciso perché sono perplessa, perché io sono sempre stata perplessa di fronte a quello che non mi convince, o che non ho compreso bene.

E di cose che non ho mai compreso ce n’è a iosa e per tutti i gusti.

Come i gelati.

Gelati, estate.

Estate, spensieratezza.

Spensieratezza, non ricordo più.

Però ricordo di essere stata felice, di aver corso per strada a capo di un’orda di bambini urlanti, quando le strade erano percorribili e il rischio di essere investiti prossimo allo zero.

Ricordo di essermi arrampicata sugli alberi, e una volta sotto c’era il prete amico delle suore amiche di mia nonna che mi pregava di scendere, ed io mi innervosii e discesi il tronco a braccia e gambe nude.

Quand’ero felice e libera di prendere in giro mia madre, di fingere di essermi abbandonata al sonno della controra e invece sgattaiolavo fuori e mi mettevo a disegnare, oppure aspettavo che passasse il gregge delle pecore. Una volta portai giù acqua per il pastore e per il cane, scusandomi per non poter dar da bere alle pecore, che erano tante.

In genere bighellonavo poco per strada, a controra e da sola.

Me ne stavo lì, all’aria aperta, a giocare con le matite e con il cane, mio fedele compagno.

Nita, sei sempre la solita, non ascolti mai; scommetto che non hai dormito.

Non ricordo le risposte ma l’angoscia sottile dello scirocco che risucchiava le pesanti tende di cotone blu contro le persiane, e poi le lasciava andare e poi le risucchiava in un moto perpetuo che sembrava respiro.

Il respiro della persiana a sud ovest, quella della stanza che condividevo con mia nonna.

La stanza nella quale avrei pianto tanto, negli anni, ma allora non lo sapevo.

E oggi penso che sarebbe bello viaggiare nel tempo e rivivere quei giorni anche solo da spettatrice, per imprimere dentro quelle sensazioni destinate a svanire.

Vedere mamma e papà giovani, lei graziosa e sottile come un giunco, con i capelli scuri trattenuti da un fermaglio, lui bello, imponente e in moto perpetuo, al punto che riusciva a diventare invisibile.

E quando la signora che abitava dall’altra parte del campo di carote ci venne incontro agitata, mentre tornavamo dalla spiaggia, dicendo che era andato con l’auto contro un albero per schivare una gallina, io corsi nella mia stanza, mi inginocchiai e pregai Gesù di salvarlo, perché la vita di mio padre valeva più di quella di una gallina.

Gesù mi ascoltò, infatti oggi lui mi chiama per dirmi del limite di velocità e di Marlon Brando, e mia madre mi chiede se e quanto mi fa male la schiena, o se ho mangiato.

Vorrei stringerli, nasconderli sotto le mie grandi ali e volare via, in quel mondo che non vediamo più, ma che esiste ancora, intatto, nella memoria del cuore.

Beatles – Please Please Me

metti, ma anche no

buon

Metti una sera di pioggerella insistente e cielo coperto, per cui la super luna non ha potuto ammaliarci.

Metti un viaggetto in direzione Bari Palese per il ritorno quasi notturno della nipote, fra elucubrazioni, sospetti e meste conferme.

Metti la nipote più piccola, che, non fosse stato per le sue battute di spirito, saremmo sprofondate in un pozzo di malumore: sua madre trascinata da me.

Metti un finestrino rotto a sorpresa dal cognato e le imprecazioni della sorella, costretta a scendere sotto la pioggia ad ogni casello.

Metti una serata che sarebbe stata piacevole se non avessi l’insanissima propensione ad infilarmi in vicoli ciechi e situazioni ai confini della realtà, per cui quando il quadro generale si presenta, nitido, nella sua interezza, rimango stordita come se mi avessero colpita con un bastone in fronte.

Metti questo, metti quello.

Sto sviluppando una profonda antipatia per i “social” che, piuttosto, definirei piazze virtuali in cui il pettegolezzo, anche cattivo, la fa da padrone.

L’uso parsimonioso e intelligente rimane l’unica condizione per potercisi fermare: avendo chiaro il concetto che della parola “amicizia” si fa uso e abuso.

La vita è altrove, l’amicizia vera si nutre di presenza e lealtà.

Cose di altri tempi, insomma.

La nipote atterra passate le 23, bella e sorridente come sempre, ed io penso a mio figlio in terra polacca, che a Natale non verrà, rendendomi le feste ancora più invise.

Decisamente non è un periodo grandioso, ma mi sono resa conto di avere una qualità che ha un nome che non conoscevo: resilienza.

Morrissey – November Spawned A Monster

impotente

14731297_344262992594084_2442225253095495071_n

Che cos’è l’impotenza?

A parte il significato relativo alle difficoltà d’erezione nell’uomo, per me è avere le mani legate e la bocca sigillata da un malloppo di ceralacca, come sognai anni fa.

Una condizione frustrante che mi vede attrice di una tragicommedia finita da poco nella quale non ho dato certo il meglio di me, almeno non sempre.

Prendere o lasciare.

Ho spiegato le mie ragioni, ma forse quelle altrui sono sempre giuste, valide, razionali.

E adesso mi si impedisce di provare ancora a far comprendere che ad ogni azione corrisponde una reazione (uguale e contraria).

Così quel chilo scarso di autostima, guadagnata a via di lavoro duro, si è disciolto come un chilo di zucchero in acqua.

Più o meno sempre la stessa storia, con qualche inevitabile variante.

 

Intanto dal mio pozzo sta emergendo già qualcosa, e molto altro emergerà; mi chiedo solo come sarà possibile armonizzare tante istanze, tanti frammenti scomposti.

Per fortuna accordare gli orchestrali non sarà compito mio. Non solo.