fiori ai morti

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Vixi
vixisti
vixit.
Il passato è passato: riempie la memoria-contenitore di vecchia musica, foto e cianfrusaglie.
Di ricordi, chè quelli, a benedirli, stanno lì a testimoniare quello che era e non è più.
Mi piace coltivare il mio piccolo cimitero: far la pace con i morti, spolverare le lapidi, portare un fiore, di tanto in tanto.
La finestra di fronte non mi attrae: se mi affaccio vedo persone che si muovono veloci, al punto che non riesco a guardarle in viso.
Poi c’è ancora un vento freddo, inusuale di questi tempi.
Meglio chiudere bene, almeno per ora, ed accarezzare vecchi sentimenti che hanno lasciato l’eco di parole sussurrate sotto il sole di un pomeriggio primaverile che diventa magico, a ripensarci adesso, ma che era solo un pomeriggio primaverile come tanti.
Non siamo necessari, nè indispensabili agli altri: siamo stati programmati per essere perfettamente in grado di correre da soli.
Quindi, da sola, spengo la luce e vado incontro alla notte.

Fletwood Mac – Go Your Own Way

persone a metà

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Cammino, vento sul viso, e i miei passi incrociano quelli di chi cammina col vento dietro.

Forse ci reincontreremo in direzioni invertite, ma non è importante: volevo solo trasmettere l’immagine di quel che vedo.

Il passo è sostenuto, non veloce: posso soffermarmi con lo sguardo qua e là, e permettermi di immaginare la storia della gente che abita in quel quartiere, dei cespugli di rose dai colori accesi, della colonia di gatti che mi osservano con sguardi curiosi o indifferenti.

Sono una macchina che funziona bene: affidabile nonostante qualche defaillance.

Ho conosciuto l’amore, me ne sono inebriata e l’ho perso, come accade a molti.

Ci penso, di tanto in tanto, e mi dico che la vita di tutti è una stazione in cui si incrociano destini e vite in arrivo, o in partenza.

Niente di tragico, niente di irreparabile.

Le persone a metà si incrociano spesso, riconoscendo nelle altre la parte mancante di se stesse.

Poi son colte da paure irrazionali, e si allontanano in fretta.

- Mi scusi: mi ero sbagliata.

Rimane in tasca un bel tot di rammarico, e la compagnia non sempre desiderata di sogni enigmatici e strani.

Le persone a metà, chè l’interezza è appannaggio degli dei, svoltano gli angoli della vita con la mesta consolazione degli appigli che fanno già capolino attraverso le brume dei giorni che verranno.

Respirano forte e ingoiano con decisione quel groppo che non vorrebbe saperne di andar giù.

Sorridono e voltano pagina: sono persone a metà, non mezze persone.

Autumnblaze – The cat with the silvery pows

la breve vita dei fiori

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Ti ho visto spuntare dal nulla, timoroso, sfidando la pioggia battente e i tramestii.

Sei cresciuto quasi all’improvviso: sei cresciuto succhiando la mia forza vitale senza sapere di farlo.

I fiori, quelli più fragili e belli, diffondono attorno la meraviglia dei loro colori, regalandone la gioia e il senso di effimero.

Quanto dura la vita di un piccolo fiore?

Lo guardo ancora e sta già appassendo, com’è logico che sia.

Com’è dolorosamente giusto.

Al prossimo giro avrà il capo piegato dal vento: del suo colore rimarranno vividi frammenti nella memoria.

E il ricordo agrodolce di quello che è stato.

Muse – New Born

so life goes on

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In coda, come civiltà richiede.
In coda allo sportello, accaldata e insofferente.
Senza preavviso lo sguardo incontra una schiena vestita di maglietta nera, più jeans.
Un tizio sconosciuto ma evocativo: collo robusto, bracciotte, gambe piuttosto corte e tozze.
Nulla che possa far pensare a un adone, ma la memoria si nutre dell’eco di emozioni lontane.
E le emozioni, si sa, sono cattive maestre e consigliere.
Per fortuna in me abita anche una signorina Rottermeier qualunque, ma acida e dura quanto basta.
So life goes on.
La fila scorre, l’acondroplasico si allontana, col suo inconsapevole bagaglio.
Mi allontano anch’io, in dissolvenza, come la scena di un film sopravvalutato.

Led Zeppelin – Kashmir

venticinque aprile duemiladodici, ore venti e nove

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Vorrei una Liberazione metafora.
Anche.
Anche? Ancora?
Ma no.
La vorrei anch’io. Una liberazione di corpo, anima, sentimenti.
Un disgelo, un risveglio. Una rivelazione.
Lo dici sempre. Con parole diverse, ma lo dici sempre.
Che ne sai, tu, di desideri ed intenzioni.
Quanto basta.

Leggo quello che leggi. Respiro quello che respiri. Mangio quello che mangi. So quello che sai.
L’avresti mai detto che in un pomeriggio di fine aprile, non più freddo (ma non ancora caldo), ti saresti data un gran da fare a leggere un “libro improponibile”?
No.
Mai dire mai. Sbandieri cinismo e ostilità preconcetta, ma vuoi solo salvarti. Come tutti.
L’autore del tuo libro in corso di lettura è un “trainer per imbonitori di televendite”.
Uso le parole che ami usare.
Pensavo fosse uno psicologo.
E’ un coach. Tedesco. Un coach tedesco.
Il limite estremo dell’orrore più perverso?
Un punto di vista. Modo di pensare. Filosofia di vita.
Oppure un tizio che fa soldi distribuendo consigli e dritte su come comportarsi per essere felici.
Parole esagerate.
Sì, ma è ciò a cui tutti ambiscono. Ovviamente il concetto di felicità è soggettivo, ma sullo stato di benessere  assoluto che provocherebbe non c’è disomogeneità di opinioni.
Suggerire di agire in un modo, piuttosto che in un altro, non è molto diverso dall’insegnare ad essere “manager” di se stessi.
Che brutte parole. Cacofoniche. Moderne per forza. In fondo si possono esprimere gli stessi concetti in un modo più tradizionale: adoperando parole che non colpiscano come schiaffi.
Sì, lo so: anche come schizzi di vomito sul divano buono.
E’ vecchio anche il divano, e lo sai.
Non è più buono?
Le cose belle non invecchiano. Mutano, ma rimangono sostanzialmente le stesse.
Si sta facendo buio.
Lo vedo: ho le vetrate di fronte. Al nord il buio arriva in ritardo, forse per farsi perdonare nebbie e luci tristi. A Milano adesso sarà ancora chiaro.
Ehi, forse adesso non c’è nebbia.
A giugno dell’anno scorso non c’era. Giugno quasi luglio. Però il caldo era afoso, e le zanzare grosse come elefanti.
Dalla finestra della stanza guardavo gli alberi immensi del parco: alle dieci di sera c’era esattamente la luce che c’è adesso qui, il venticinque aprile alle ore venti e ventidue.
Fissare quel chiarore era rasserenante. Ascoltare la mia musica guardando le chiome degli alberi svanire nelle ombre era molto rasserenante.
C’ero anch’io, con te.
Strano, vero? Hai venti punti freschi su una coscia e guardi fuori, ascolti musica, ricordi, sogni.
Vivi.
Vivi. E tutto sommato non ti dispiace nemmeno.
Quindi il coach tedesco non racconta solo favole. Nè qualsiasi altro coach.
In fondo distribuire buoni consigli (sentendosi come Gesù nel tempio) non costa nulla, anzi fa pure guadagnare.
Certi concetti dovrebbero abitare nella mente degli uomini, senza il bisogno di maestri o domatori.
Purtroppo non è sempre così.
Pensi che abbiamo divagato?
Forse un po’, ma non importa. Il tuo spazio lo gestisci come vuoi.
Non è questione di spazi, ma di coerenza. In fondo quella, seppur sui generis, non è mancata nemmeno stavolta.
Tu ti confermi tu, cioè te stessa.
Io mi confermo inesorabilmente io. Cioè me stessa.
Ma dopo questi libro ritorno a Palahniuk.

Muse – Feeling Good

* Il dipinto è di Alexa Invrea

stiamo invecchiando senza rimedio (to Rome with love)

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Ritorno al cinema per il grande vecchio, a pochi mesi da “Midnight in Paris”, e rimango delusa.
To Rome with love” dà l’idea di un’insalatona mista a tratti indigesta, a tratti sciapa.
Complessivamente il film (una sorta di commedia all’italiana condita da importanti ingredienti d’oltre oceano) è stiracchiato, e saltabecca da una storia all’altra senza un vero filo conduttore.
Meglio, un filo conduttore ci sarebbe anche, l’amore, ma a volte si confonde abilmente e si perde fra peripezie, confusioni esistenziali, gag divertenti ma prive di un minimo sindacale di logica.
Comparsate copiose di star italiane di oggi e di ieri, ma non basta.
Woody Allen è sempre se stesso: nevrotico e un po’ (simpaticamente) cialtrone, e forse i suoi dialoghi con la moglie nel film sono tra i pochi veramente meritevoli.
Com’è divertentissima la trovata della cabina doccia: l’unica che mi abbia fatto ridere di cuore. Divertente e originale.
Ma non è bastato: non secondo la mia opinione.
E si constata, con un po’ di malinconia, che gli anni d’oro del regista sono sfilati via già da un pezzo.
E che Zelig, Io & Annie, Amore e Guerra, Manhattan ed altri (anche quelli drammatici)  rimarranno a brillare nella vetrinetta delle storie più belle, nonostante un film di Allen valga sempre e comunque molto più del prezzo del biglietto.

brezza di estate

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Gli occhi mi si sono spalancati all’alba: inversione di fuso orario.
Tanti pensieri, poche pagine di un libro che si preannuncia detestabile, la mano verso il comodino, in cerca del cellulare.
Gioco con WhatsApp, e giocando mi salta davanti agli occhi un nome.
Un nome che ho conservato perchè a certe persone rimango legata per sempre, anche se la vita separa perchè è la cosa che le riesce meglio.
Mi torna in mente, dietro la scrivania.
Occhi acuti e intelligenti. Non bello, ma arguto e affascinante.
Convincente, argomenti giusti e sguardo incollato alle mie protuberanze sotto la maglietta fina.
Parlantina con cadenza nordica, inframmezzata da espressioni nel dialetto del suo sud.
Me ne sono andata salutando con garbo, non sapendo – non ancora – che l’arrivederci sarebbe stato un addio senza appello.
A volte ci ripenso.
A volte mi manca, come mancano i morti lontani, o vecchie nenie d’infanzia.
Mi manca con nostalgia.
E nient’altro.

Eric Clapton – Cocaine

lo svolgersi distratto della vita

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Lo sguardo ai foglietti illustrativi dei farmaci è rapido: una scorsa veloce.
Di solito è così.
In un momento di noia pensierosa apro la scatola di una medicina che sto assumendo da due settimane, e leggo testualmente:” Effetti indesiderati rari: attacchi di cuore, coma, cancro”.
Più altra roba raccapricciante.
Cancro: ho letto bene?
Non mi era mai successo di leggerlo, prima.
Vado dal mio medico e gli sventolo davanti il bugiardino.
Mi rassicura, scherziamo, parliamo un po’, compatibilmente con la fretta e la pazienza di chi affolla la sala d’attesa.
Poi mi accompagna alla porta e mi bacia.
Passo dalla farmacia a prendere un’altra confezione di compresse cancerogene, io che non mi curo di quel che accadrà, o potrebbe accadere.
Compro anche uno smalto dal colore improbabile ma civettuolo.
A parte tutto sto cercando di rimettermi in sesto, di curare corpo e anima, di tornare a riprendermi la vitalità perduta per strada.
Sono forte, a dispetto di tutto.
E sufficientemente lontana da certa parte del mio passato.
Che canta lontano come una sirena ammaliatrice il cui richiamo è solo un bel ricordo ormai privo di emozione.
Tutto intorno è pace.
Non so se e quanto durerà, ma c’è, e quasi si tocca.
Intorno, adesso, un silenzio ovattato mi avvolge e mi fa sentire al sicuro.
Sgancio l’armatura, la sfilo via e la metto da parte per quando ne avrò bisogno.
Ritorno vulnerabile, ma l’autodifesa dev’essere istinto connaturato, e non abito di ferro.
Ci sono momenti in cui tutto sembra possibile.
Gli altri mi girano attorno con spensierata noncuranza, nuotando in superficie come banchi di pesci.
Io stipulo con essi nuove tregue, e con me stessa.

Franz Ferdinand – Take Me Out

la disabitudine alla felicità

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La tv in sottofondo mi disturba: ostacola il fluire già lento dei pensieri.
L’argomento dibattuto è interessante, ma preferirei concentrarmi sui flussi interrotti che cerco inutilmente di legare gli uni agli altri.
Così abbasso il volume, visto che lo schermo illuminato rimanda le immagini di donne e uomini che riescono  a farmi sentire in colpa per via di certe vecchie storie mai risolte.
Oggi pensavo alla gattina trovata ieri per strada: denutrita e affamata fino a piangere, ma pronta a seguire una mano che le si tendeva all’improvviso.
Fiduciosa nell’abbandono cieco: qualunque epilogo sarebbe stato meglio di quei morsi allo stomaco che la facevano miagolare disperata.
Abbandonarsi a chi è altro-da noi è così difficile?
Considerare che la felicità, premesso che del termine si fa largo abuso, sia qualcosa di molto distante è la regola aurea che domina le nostre giornate di formiche convulse che girano intorno a se stesse?
Qualche giorno fa percorrevo a passo alto Via della Repubblica: come ogni due settimane.
Stesse tappe visitate di sfuggita, stessi, malinconici nani  sorridenti dietro la vetrina di un negozio di articoli per giardinaggio, stesse farmacie: una ogni cinquanta metri, a spanne.
Camminavo come sempre, con un occhio alle scarpe strane e coloratissime del bugigattolo che vorrei fotografare, e l’altro a sbirciare le facce della gente che si incontra nel primo pomeriggio, in una città grande e sufficientemente caotica.
Giovani uomini vestiti da impiegati, con la valigetta in mano, ragazze filiformi e casual, postina a tracolla, capelli legati a caso, ipod.
Qualcuno in bici, occhiali scuri contro il sole.
Pezzi di umanità varia che si incontrano senza riconoscersi, nonostante si annaspi tutti nello stesso mare sporco di incertezze e paura, perchè le soddisfazioni scemano, e la psicosi dei tempi che verranno comincia a mordere nel punto più vulnerabile e nevralgico.
Eppure sorridere dovrebbe essere facile: anche per me, che ho calato sul viso la maschera del cruccio fatto persona.
E se, al di là di ogni ragionevole preoccupazione, avessimo perso l’attitudine alla felicità?
Se ci fossimo impantanati nelle nostre convinzioni più sbagliate, certi di non meritare altro?
Guardo la micia dormire, col suo collarino rosso: lei si è fidata di me.
Una volta avevo un intuito, vagamente animalesco, che mi preservava da brutti incontri e delusioni annunciate.
Poi son diventata diffidente e maldisposta per partito preso, magari sbagliando.
La fiducia incondizionata è un’arma a doppio taglio, ma chiudersi al mondo è morire anzitempo.
Forse faticherò ancora a credere alle mani che mi si tenderanno, o forse no.
Tutto si dipana e diventa più semplice quando incominciamo a credere veramente in noi stessi, ad amarci per quello che siamo, a perdonarci e ad essere più indulgenti verso i nostri limiti.
Il resto, se viene, viene dopo.
Questa, e solo questa, può essere la nostra resurrezione.
Il riscatto e la ripresa delle redini perdute.
Spero di rimanere ancorata a questi quieti pensieri di una notte di primavera illuminata dalla luna.
Spero che anche per voi sia facile la riconnessione con la parte più autentica: quella che sonnecchia, dimenticata.
Intanto vi rotolino incontro freschi e affettuosi  auguri  di rinascita da me e da Silva Sheva Vincenza: quattro fragili zampette tese  verso il futuro.

Nirvana – You Know You’re Right

afflati kafkiani

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Quanto, di ciò che difficilmente si sopporta, siamo realmente disposti a sopportare?
Il “volemose bene” ad ogni costo improvvisamente non basta: non più.
Tolleranza zero, sopportazione zero, empatia zero.
A volte si riesce ad abbozzare ancora un mezzo sorriso per una sorta di riflesso pavloviano: sentendosi ridicoli e consapevolmente fuori posto.
La voglia di mandare tutti al diavolo monta dentro come un fiume in piena: anche quella  di prendersela con se stessi per essersi costretti ad accettare una realtà nella quale ci si muove come animali disorientati.
Così si indossano gli occhiali da sole fino a sera: perchè la luce abbacinante acceca.
Così si sbuffa in faccia a chi ripete le stesse parole per più di due volte, e si guarda in cagnesco chi ti fa gli auguri perchà hai un’auto nuova.
Auguri perchè?
Avevano ormai associato la tua faccia che invecchia alla vecchia auto che ti si stava attaccando sotto al sedere, oppure ti augurano, semplicemente, che nessuno te la prenda a martellate per il mero gusto dello sfregio fine a se stesso?
E’ capitato anche questo, in effetti: oramai niente del marcio che ho intorno mi stupisce più.
Non è che avessi tutta questa voglia di sentirmi in guerra, ma è come se gli eventi, a volte, ti ci trascinassero senza la tua volontà.
E sentirsi in balìa di ciò che ti trascende è orribile.
Avevo iniziato a fotografare i primi germogli di questa primavera precoce, e me n’è passata la voglia: tanto, a che serve?
I colori si sono alterati, e son tornati minacciosi: il rosa del ciliegio ha una tonalità aggressiva, il verde dell’erba è drammatico.
Tutto si è deformato: anche forme e strutture.
La realtà nuova costringe a fare sostanziali passi indietro: forse è solo la mia percezione alterata, ma è terribilmente realistica.
Vera.

Red Hot Chili Peppers – Desecration Smile

non solo

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Bella immagine, vero?
Per gli uomini spesso siamo solo questo, e a nulla pare siano serviti anni di lotte per l’emancipazione.
Non solum.
Bene che vada ci si imbatte in strane bonarietà di tipo concessivo: sostanzialmente in quattro parole in croce dette per quietare l’animus ribelle.
Al peggio ci si rende conto, ben presto, che se la strada per l’inferno è lastricata di buone  intenzioni, quella per il paradiso lo è di complimenti sparsi come manciate di cenere al vento.
Generalmente falsi.
Da giovani si è inconsapevoli, e in modo inconsapevole ci si illude di aver fatto centro, di essersi spiegate, di aver trovato un interlocutore pienamente capace di comprendere.
Crescendo le illusioni si sgretolano più o meno lentamente, lasciando il posto ad un disincanto agrodolce destinato presto a diventare fiele allo stato puro.
Ed è così, cari miei, che le sottoscritte (personalità multipla ma non solo) non la bevono più, e se ne assaggiano un sorso lo sputano via.
Per cui sarebbe utile che anche noi si imparasse l’arte dell’usa e getta: in fondo anche gli uomini son tutti uguali, a parte l’aspetto esteriore.
Il funzionamento è semplicissimo: se li conosci impari ad usarli, oppure li dimentichi nella polvere delle loro convizioni più stantìe e datate.

Porcupine Tree – Synesthesia

parlare ai morti

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Tenere il cervello in allenamento mi costa tanta fatica: soprattutto dopo le solite notti insonni: una ogni due, tre.
Nelle notti a luci accese divento allucinata e possibilista, imprudente ed autentica.
Salvo accorgermi, dopo un po’, di aver pensato ai morti, e parlato ai sordi.
Le notti a luci accese amplificano ricordi, emozioni e afflati di redenzione.
Anche di perdono.
Poi il sole si riaccende sul senso di freddo lasciato dai fantasmi svaniti con le ombre.
- Mi scusi tanto. In realtà non volevo disturbare la sua calma, nè scalfire le sue granitiche certezze. Quel che pensa in realtà non mi interessa: io seguo le mie emozioni, che mi tengono viva. Capire non è obbligatorio. -

Deep Purple – Highway Star

spine

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  Che cosa c’è, dopo questa vita?
Ultimamente me lo chiedo spesso, anche se sono orientata a credere che questo nostro passare per tante vicende sia solo un ciclo biologico come altri.
Desiderare la fine di tutto è umanissimo, anche se non esattamente comune, ma c’è sempre la paura di un ripensamento in extremis: e se domani tutto cambiasse?
O se cambiasse abbastanza da rendere ogni nuovo sorgere del sole meno penoso e soggettivamente inutile?
Negli ultimi mesi c’è stato un aumento esponenziale di suicidi: credo un po’ dappertutto, sicuramente dove vivo io.
Che la colpa sia imputabile alla batosta economica è parzialmente credibile: c’è chi si trova quasi improvvisamente di fronte ad un muro impossibile da scavalcare, e cede.
Però, pensandoci, i muri che ci sbarrano la strada sono innumerevoli, e di ogni genere.
Bisognerebbe essere naturalmente dotati di spalle larghe, peli nello stomaco e spirito fortemente cinico: diversamente se ne esce con estrema difficoltà.
E’ vero, sono scettica e relativista, e affidarmi ad un Qualcuno che non vedo e non tocco mi riesce molto difficile.
E’ anche vero che da tempo ho smesso di credere nella buona fede degli altri, salvo poche, felici eccezioni, e ciò mi rende ancora più penoso il campare.
Nel buio e nel silenzio della notte mi chiedo spesso cosa possa essere, alla fine, un salto nel vuoto.
Me lo chiedo e non ho risposte, perchè chi è già saltato non può tornare e raccontare l’esperienza.
Fede anche in questo?
Bisogna avere fede anche nel modo in cui si decide di accomiatarsi (sì, sì, con una sola emme) da questa bella favola, più che altro millantata?
Non so.
La gente intorno a me si muove per conto suo, organizzata in cerchi concentrici che fatalmente si allontanano, fino a fluttuare in lontananza come le onde estreme in uno specchio d’acqua colpito da un sasso.
Talvolta ho la strana sensazione che il sasso sia io.

Pearl Jam – Crown of thorns