Parti con un’idea in mente, un’idea che vorresti fissare su un foglio di carta, o su una pagina word.
L’idea è bella e logica, o così ti pare.
Purtroppo sei invariabilmente in acqua, o alla guida della tua macchina scassata.
E sì che di situazioni ce ne potrebbero essere a decine, ma l’idea che ti pare giusta arriva in piscina, o in autostrada.
Per me è strano aver voglia di “dire” senza trovare le parole giuste: quelle veramente capaci di dipingere il pensiero così com’è nato.
Spesso perdo le chiavi di casa, mi attorciglio sul mio baricentro e non ne avevo l’intenzione, faccio le prove generali parlando a me stessa.
Così avrei voluto dire ad un uomo, e dire senza scadere nel banale (difficile, quando non si ha l’esatta conoscenza di chi si ha di fronte).
Così non ho più detto, amareggiata, ma fedele all’insegnamento che vuole la parola non comunicata migliore di tutte le altre.
Tanto chi ti vuole sa dove sei, ammesso che ti voglia anche solo augurare buone cose.
Tuttavia, e nonostante queste difficoltà e questo abuso di avverbi, son certa di aver fatto dei passetti avanti. Minuscoli ma significativi.
Ho calato giù il mio piccolo ponte levatoio, chè il passato non fa più male, e il futuro, dovesse svegliarsi, saprebbe trovare la via.
Ho annusato la primavera, come sempre alla fine di gennaio, e ho ringraziato i primi germogli non sentendoli più nemici dei miei rituali scaduti e passati di moda.
Ho guardato con tenerezza le due maglie della catena umana di cui faccio parte, sotto un sole tiepido e amico.
Ho salutato in fretta e sono fuggita via, perchè mi piace esser puntuale se la puntualità non si apparenta alla paranoia.
Mi sono immersa in acqua e l’idea si è materializzata piano, una bracciata dopo l’altra.
“Amo il clima temperato, come le persone temperate”.
Qui il riscontro geografico, sebbene mi renda perfettamente conto che, sull’argomento, ci dovrò ritornare.
Sì: non aveva torto, quel tal ragazzo, a dire che amo mettere i puntini sulle i, e che non me ne sfugge una.
un quarto d’ora
Magari un quarto d’ora di tempo
del mio del tuo tempo
del tempo di tutti e di nessuno
magari un quarto d’ora potrebbe far la differenza.
E un angolo acuto penetrarti
colpir le parti molli
farti sanguinare lacrime e veleno.
Quindi corri vai via scappa
scappa lontano da occhi e sorrisi assassini.
In un quarto d’ora ce la fai.
oblivious
Donna, uomo.
Ho perso, hai vinto, oppure mi sono sbagliata e la “verità vera” non la conoscerà mai nessuno.
Attraverso la strada e sono furibonda: se mi puntasse il mirino di una Mercedes non me ne accorgerei.
Tanto non credo nemmeno all’aldilà: pensa che bello.
Tutto sembra così difficile e assurdo: un puzzle con i pezzi giusti mancanti.
E mettici il freddo uggioso di queste giornate del tanto atteso “anno nuovo”.
Stupidate, convenzioni, illusioni collettive di chi crede sapendo di non credere, nel fondo più fondo di se stesso.
Ed io continuo a camminare furibonda, quasi che il freddo che sfido a faccia alta fossi tu.
Penso che vorrei sfidarti, sì, provocarti, costringerti ad una reazione umana: forte, forse, ma umana.
Poi ricordo che il manico del coltello non è nella mia mano, e rallento.
La vita ci impone battaglie e lotte difficili: dobbiamo imparare ad accettarlo.
E a perdere con dignità.
Fino alla prossima mano, beninteso.
memento
Quando ad un’immagine ne sovrapponi un’altra, ma a caso, venuta fuori spontaneamente dal calderone dei ricordi compressi nella memoria, allora vuol dire che son partiti, da soli, i meccanismi di autoriparazione.
Che il cuore sta smettendo, pian piano, di battere a vuoto, o di trasmettere la sensazione che sia così.
La sua immagine.
Le loro immagini.
C’è chi resiste, intatto, nella stanza dei ricordi, avendo meritato sul campo il diritto a rimanere se stesso: ogni particolare al suo posto.
Son questi i grandi amori: quelli che hanno segnato un’epoca.
Il resto, tutto il resto, dal passato passato invano al futuro abortito prima di aver visto anche solo un barlume di luce, sfuma via senza dolore e consistenza.
Forse con qualche piccolo rimpianto.
Talvolta pensi che perdere la memoria sarebbe anche comodo: ti svegli, una mattina, ti guardi intorno senza sapere chi sei, senza sapere dove sei.
Potresti dover essere costretto ad inventarti una nuova identità, oppure inizieresti ad affannarti alla ricerca della tua, confidando in un nome da tatuarti sulla mano per aggrapparti a qualcosa che abbia un senso.
le spie
Talvolta accade di convincersi che qualcosa possa, anzi debba essere propedeutica ad un’altra, di solito più importante. Epocale, quasi.
Negli anni in cui sono stata male, e vedevo la mia autonomia fisica scemare di mese in mese, non riuscivo tuttavia ad accettare l’idea di tornare sotto i ferri.
Finchè ci son dovuta andare, perchè non c’era altra soluzione.
Un intervento di una certa importanza, dicono, può cambiare la vita, operando una trasformazione nella mente e, di conseguenza, anche nelle scelte fondamentali, che a volte vengono sovvertite e ribaltate.
Sinceramente a me non è accaduto niente del genere.
Ho recuperato la capacità di camminare come dieci anni fa, senza limitazioni e problemi di carico.
Non è poco, certo, ma questa istanza rivoluzionaria non l’ho avvertita per niente, se non quando mi è capitato, questo sì, di spingermi oltre il consentito.
Di pronunciare parole che, forse, non avrei mai trovato il coraggio di esternare, lasciandole relegate nella stanza dei pensieri.
Così ho detto ciò che non dovevo dire, e avrei anche fatto ciò che probabilmente non si fa, se non fossi stata gentilmente ricondotta al rinsavimento.
Tristemente mi son resa conto che un intervento chirurgico è finalizzato solo ed esclusivamente a ciò per cui viene effettuato.
Punto.
E il prossimo che mi parla di spinte propulsive o rivoluzioni copernicane lo spenno come un pollo.
gennaio
Di solito non prego, nel senso che non prego più.
Stasera sono stata a messa per il trigesimo di mia zia, ma sono un pesce fuor d’acqua: l’ho fatto per lei, che non c’è più, e per i miei cugini, ai quali voglio bene. Anche per mio zio, che non ha mai perso il senso dell’umorismo.
Sotto ho appuntato una sorta di accorato appello ad un Padreterno di cui non ho notizie, e mi è piaciuto far presentare le parole ad un angelico Christian Bale a mani quasi giunte.
Al crocevia della chiesa sono stata schiaffeggiata con violenza da un vento gelido, e forse quei ceffoni mi hanno fatto bene: riuscissero a piantarmi in terra con piedi e testa, queste folate di tramontana.
Gennaio è un brutto mese: lo è diventato un po’ di anni fa, e da allora non c’è stata volta in cui non mi sia successo qualcosa di triste, spiacevole o solo deludente.
January hits, january hurts, steals, brings away someone.
Come ho scritto su facebook tra il serio e il faceto, qualcuno mi liberi da questa sorta di maledizione: son pronta a pagare.
A pagare un compenso, intendo.
preghiera agnostica
Signore, manda un segno
cane
fantasma
cenno indistinto.
Siamo forti nella forza richiesta da momenti cruciali
poi esseri indifesi
soli
persi in un mare sporco
vetroso
quasi nemico.
Signore
io non ho scommesso su di te
io ragiono
e ragionando mi perdo.
Signore
se c’è un senso in quello che accade
-come ci hanno insegnato-
io aspetto ancora di comprendere il mio.
il suono del silenzio
Nella vita si vince: più spesso no.
Dover rinunciare ad un sogno non fa male solo ai bambini, anche se noi adulti siamo sufficientemente provati dalle traversìe che ci accompagnano durante lo scorrere del tempo.
Alla fine ognuno trova la sua isola più o meno felice: il lavoro, un interesse molto intenso, l’amore.
Io sono perennemente alla finestra della mia anima, parlando per metafore.
Serenamente, così come mi piacerebbe vivere, ho preso una decisione.
Non ancora così fondamentale da stravolgermi la vita, nè, tantomeno, leggera e senza importanza.
Le rinunce, a qualcosa o a qualcuno, costano sempre sacrifici, ma in fondo ci sono abituata.
Così, all’inizio di questo gennaio che non si preannuncia migliore di quello scorso, lascio il davanzale della mia finestra interiore e chiudo i vetri: non pensavo facesse così freddo.
equilibri
Riflettevo: tutti auspicano il famigerato “lieto fine”, ma cosa c’è di più stucchevole e noioso di “e vissero felici e contenti”?
Non ho molte certezze, pur avendole invocate in ogni ambito dell’esistenza.
Fino a rendermi conto di non essere nata per morire con i remi tirati in barca, o una calza fra le mani davanti alla fiamma di un camino.
A volte indossiamo un ruolo per cause di forza realmente maggiore, ma siamo e rimaniamo noi a metà.
Noi a disagio di fronte alla verità di uno specchio, o agli occhi di chi ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi.
Noi che ci allontaniamo in fretta per non cedere all’imbarazzo del nostro imbarazzo più opaco e umiliante.
il tempo che è stato, e quello che sarà
Ho smesso i bilanci.
Li lascio a chi è ancora capace di certe supreme perversioni.
Non ho, e non ho mai avuto la testa della ragionierina di un tempo: dare, avere, partita doppia.
Nella dinamica velocissima di un tempo che si affanna sui nostri affanni mi spunta nel cuore un pensiero grato per le persone conosciute durante l’anno trascorso: che mi hanno donato salute e amicizia.
Non è poco.
Il resto è solo materiale per pessimi sceneggiati televisivi.
Buon Anno Nuovo
Sotto gli auguri c’è la scena di un film che, ormai, rappresenta la mia filosofia di vita.
le lune nel pozzo
Cantami, o diva…
No, non sono funestamente irata, ma molto seccata sì.
E mi spiego.
Cioè no: non mi spiego più.
Perchè è inutile, perchè c’è in giro una pletora di tonti, perchè io son perla e voi siete porci.
Attenti alle metafore: non accetto maledizioni sulla mia razza, peraltro esigua.
Qui, in me, c’è in atto una sommossa pericolosa.
Si sono svegliate la figlia della ballerina del Bolshoi, la adolescente dismorfofobica, la zitella che spolvera i libri in continuazione; e poi la rockettara con i jeans strappati e lo stereo a palla, la donna provocante e la crocerossina; e, inoltre, il ragazzino sboccato affetto da coprolalia, l’alpino con la borraccia in tasca, il camallo e il don Quijote de’ noantri.
Ce n’è per tutti i gusti, e per ogni gusto una richiesta diversa.
La voce, però, si fa unanime nel chiedere coerenza.
Lo so: pretendere la luna nel pozzo sarebbe stato più fattibile.
